I musei “firmati”

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Superluoghi, ovvero posti capaci di attrarre i grandi flussi, antenne della mediaticità, magneti in grado di cambiare la crescita economica delle città contemporanee. Altro che mausolei, come spiega Adriana Polveroni, giornalista ed esperta d’arte, nel suo nuovo libro This is contemporary! Come cambiano i musei d’arte contemporanea (Franco Angeli editore). «Sono sempre meno museo e sempre più luogo delle meraviglie, dove poter condensare i flussi turistici in un percorso unico fatto di cultura, divertimento, spesa».

Superluoghi, ovvero posti capaci di attrarre i grandi flussi, antenne della mediaticità, magneti in grado di cambiare la crescita economica delle città contemporanee. Altro che mausolei, come spiega Adriana Polveroni, giornalista ed esperta d’arte, nel suo nuovo libro This is contemporary! Come cambiano i musei d’arte contemporanea (Franco Angeli editore). «Sono sempre meno museo e sempre più luogo delle meraviglie, dove poter condensare i flussi turistici in un percorso unico fatto di cultura, divertimento, spesa».

Non è più una raccolta di opere, ma di ritualità. Nei musei d’arte contemporanea le opere sono l’ultima delle attrattive. La cosa che conta è esserci, incontrarsi, condividere un rito collettivo.
E così la Vittoria alata, come viene chiamato il Milwaukee Art Museum di Santiago Calatrava, è un meccanismo perfetto per attrarre le folle, a prescindere dall’esposizione.
Andare per musei ormai è diventata un’arte. E le mete più ambite sono sempre più esotiche. Così il Guggenheim aprirà una sede a Vilnius in Lituania, città in piena espansione. È stato già indetto il concorso, in gara tre archistar: Massimiliano Fuksas, Daniel Libeskind, Zaha Hadid. E poi sbarcherà ad Abu Dhabi con un’operazione faraonica (il triplo del suo omonimo di Bilbao) e sarà come andare a vedere una mostra su Marte.

I palati più raffinati hanno già visitato il Centro Pinchuk, aperto nel 2006 a Kiev dal magnate-collezionista Viktor Pinchuk. Il museo, 2.500 metri quadrati, in un palazzo antico della capitale ucraina, ha esposto big come Olafur Eliasson e Carsten Holler ed è diretto da Nicolas Bourriaud, uno dei fondatori del Palais de Tokyo di Parigi.
Che un museo non è solo un museo per primo lo intuì quella volpe di Renzo Piano, quando nel 1977, con Richard Rogers, progettò il Beaubourg: per la prima volta un museo diventava «nuovo luogo del consumo contemporaneo, non più chiuso, ma aperto. E dove in mostra accanto alle opere ci fosse il pubblico» scrive Polveroni. Oggi è la volta del Kiasma di Helsinki, che secondo Polveroni «è uno dei musei più riusciti proprio per questa sensazione di stare in un universo fluttuante, in uno spazio aperto». Il museo, progettato dall’americano Steven Holl e inaugurato nel ’99, è considerato uno dei più belli dedicati alle arti visive, «uno dei luoghi dove riconciliarsi con l’arte contemporanea». E così Helsinki entra di diritto tra le mete dell’arte.

Questa è stata la grande rivoluzione operata dal Guggenheim di Frank O. Gehry a Bilbao. Ovvero: come un museo può cambiare la storia di una città. In 10 anni ha totalizzato 9 milioni di visitatori, facendo diventare la capitale dei Paesi Baschi meta di turismo culturale. «Il Guggenheim ha cambiato il luogo e poco importa che chi va fin lì dopo a malapena ricordi le mostre» commenta Giacinto Di Pietrantonio, direttore della Gamec, la galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo, che in 7 anni è passata da 20 mila a 80 mila visitatori all’anno. «Bilbao pone però il problema del rapporto tra contenitore e contenuto: che succede quando l’architettura è più forte delle opere contenute?».

Se l’arte non si vede, è morta, questo succede secondo i due architetti di Basilea Herzog & de Meuron, che con la filosofia opposta a quella del museo-spettacolo hanno progettato e inaugurato nel 2003 a Basilea lo Schaulager. Istituzione unica al mondo, che vale un viaggio: museo e luogo di conservazione dell’arte, gigantesco magazzino (16 mila metri quadrati su 5 piani) dalla facciata ricoperta di ghiaia. Qui l’arte viene esposta, studiata, ricomposta, conservata. E soprattutto respira nelle grandi sale.

A giugno, durante l’ultima fiera di Basilea (111 jet privati atterrati in quei pochi giorni, perché non è solo che ci si sposta, ma «come» ci si sposta per l’arte contemporanea) il brunch per la mostra di Robert Gober è stato l’evento più ambito della fiera. La coppia di architetti svizzeri, che ha progettato la Tate Modern di Londra e ora colpisce di nuovo con il suo ampliamento a forma di ziggurat babilonese, non ha dubbi: «È questo il nostro lavoro più riuscito, dove maggiormente abbiamo rispettato le opere degli artisti». A San Francisco è loro il M.H de Young Memorial Museum, inaugurato nel 2005. Museo spettacolo, osannato per l’aspetto futuristico. Anche se in città molti lo hanno soprannominato Star destroyer, distruttore stellare, come le astronavi dell’Impero della saga di George Lucas.

«I grandi architetti ormai progettano musei o vogliono progettarne. Bisogna che nel loro carnet ci sia almeno un museo. Perché questi sono i luoghi-non luoghi centrali della nostra epoca. Basta pensare alla Tate Modern: è appena nata e già vogliono ampliarla». Irrefrenabile bulimia, comprensibile però se si pensa che la Tate nei primi 5 anni ha contribuito alla creazione di 2 mila nuovi posti di lavoro, la metà nella zona di Southwark, che un tempo non era certo meta turistica.

La vera scommessa è portare l’arte dove veramente nessuno andrebbe. Come a Denver, dove il Museum of contemporary art di David Adjaye è il primo, in America, a ottenere la certificazione di sostenibilità, assegnata agli edifici ecologici. Oppure a Gateshead, sulle rive del fiume Tyne, nel nord-est dell’Inghilterra, dove sorge il Baltic centre for contemporary art. Aperto dal luglio 2002, ha avuto più di 2 milioni di visitatori.
«È un esempio virtuoso, un museo rivolto allo spettatore, pensato per lo spettatore» spiega Pierluigi Sacco, economista dell’arte con cattedra allo Iuav di Venezia. «Più che enfasi sulla collezione permanente, il Baltic punta non solo su mostre temporanee di alto livello, ma anche sulla sperimentazione con artisti inglesi. Il museo diventa così traino del sistema culturale locale».

A dirigerlo dal 2005 è Peter Doroshenko, ex direttore dello Smak, importante curatore di origine ucraina e in stretto contatto con il Centro Pinchuk. Sorto in un’area industriale, è la più grande galleria del mondo di questo tipo: sei piani, 3 mila metri quadrati dedicati all’arte, spazi per gli studi degli artisti. E poi cinema, libreria, ristorante all’ultimo piano, un negozio di tendenza dove trovare tutti i fiori di peluche di Takashi Murakami. «Sono musei nati in sordina, che poi hanno ottenuto enorme attenzione. Come il Musac, Museo de arte contemporáneo de Castilla y Leon, che certamente non è paragonabile al Guggenheim ma ha una programmazione intelligente, mostre originali. Oppure lo Smak di Gent, attento all’Est, in questo momento uno dei luoghi più interessanti per l’arte».

E così sta succedendo in Lussemburgo con il Mudam, il primo museo d’arte contemporanea del granducato. Inaugurato nel luglio del 2006, con un progetto di Ieoh Ming Pei, 10 mila metri quadrati dentro le rovine del Fort Thungen. La direttrice, Marie-Claude Beaud, parla di Mudam-spirit, intendendo commistione tra arte, musica, moda e design. La collezione di oltre 300 lavori, raccolta in 10 anni, spazia da Marina Abramovic, la grande artista serba, a Martin Margiela, lo stilista belga venerato dagli ambienti underground.
«Il rapporto musei, media e moda è sempre più stretto. I musei sono mondi glam, dove non si va per vedere, ma per essere visti», continua Adriana Polveroni. In Italia forse non è ancora così, ma gli sforzi sono stati fatti.

Come al Mart, progettato da Mario Botta, a Rovereto (Trento). Un superluogo visitato solo da chi proprio lo vuole, e fortemente, se si considera la collocazione geografica. «Una scommessa vinta» per Sacco «con numeri significativi in una città piccola come Rovereto».
Oppure Nuoro, dove Cristiana Collu dirige il Man, «con un lavoro di frontiera, riconosciuto ormai anche a livello internazionale». E, sempre in Sardegna, a Cagliari arriverà il Museo dell’arte nuragica e dell’arte contemporanea, con progetto di Zaha Hadid, artefice del Contemporary arts center di Cincinnati, meta che ha rianimato la vita culturale della città dell’Ohio. Ma siamo ancora lontani dai musei-spettacolo, quelli che a Shanghai stanno crescendo come funghi.

Fonte: www.panorama.it

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