I love New York

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I love New York” in campo bianco con un cuore rosso al posto di LOVE sembra solo un riuscitissimo marchio turistico scopiazzato in mezzo mondo. Ma a giudicare dalla passione con cui i newyorkesi hanno partecipato giovedì al primo “Summit per New York” il loro amore per la città è vero, profondo, passionale, intenso, coinvolgente e soprattutto duraturo.

Dalle nove del mattino alle 6 di sera circa trecento persone sono state a convegno attraversata la strada del Madison Square Garden in un appassionato dibattito sul futuro di New York.

I love New York” in campo bianco con un cuore rosso al posto di LOVE sembra solo un riuscitissimo marchio turistico scopiazzato in mezzo mondo. Ma a giudicare dalla passione con cui i newyorkesi hanno partecipato giovedì al primo “Summit per New York” il loro amore per la città è vero, profondo, passionale, intenso, coinvolgente e soprattutto duraturo.

Dalle nove del mattino alle 6 di sera circa trecento persone sono state a convegno attraversata la strada del Madison Square Garden in un appassionato dibattito sul futuro di New York.

Forze pubbliche e private, autorità cittadine e giornalisti, newyorkesi qualunque e esponenti di organizzazioni no profit, demografi e giornalisti, accademici e architetti hanno passato la prima di due giornate (il summit continuerà venerdì) in una serie di incontri sul futuro della loro città.

Come sará New York nel 2030? Come cambierá la sua composizione demografica? Quali politiche dovranno essere implementate perché la crescita della popolazione sia sostenibile? Come gestire la viabilitá del traffico in una metropoli che entro il 2030 secondo le proiezioni avrá una popolazione di 9.2 milioni di persone, cioè il 10 per cento in più della popolazione attuale? Dibattiti vivaci e stimolanti compreso il ruolo delle arti per rivitalizzare i quartieri meno sviluppati, la realizzazione di una metropoli “verde” dove pedoni e biciclette hanno la priorità rispetto alle auto e perfino il ruolo di Twitter, Facebook e i new media per stimolare la partecipazione civica, per esempio www.gothamist.com  (sito newyorkese iperlocale) e www.curbed.com  (sito specializzato nel mercato immobiliare di NYC).

Ecco una sintesi di alcuni dei punti emersi giovedì. I cambiamenti e le evoluzioni non sono sufficienti se si limitano al centro commerciale (e turistico) della cittá. Anche le periferie devono essere parte della cosiddetta “rivoluzione degli spazi pubblici” che attualmente sta facendo passi da gigante nel cuore di Manhattan: per esempio 500 chilometri di nuove piste e corsie ciclabili realizzate a New York negli ultimi tre anni, ma quante di queste riguardano i residenti del Bronx o le comunitá nella periferia di Brooklyn?

Altro punto: la forza di New York sta nella densitá di popolazione che genera energia commerciale, culturale e sociale inesistente nei centro meno densi. Ma la densitá deve essere regolamentata. Spinta dunque non giá verso la deregulation bensí verso regolamenti che non arrivino sl punto di diventare burocrazia strangolante (sí, anche a New York la burocrazia sta avendo il sopravvento). Uno dei partecipanti a una delle tavole rotonde ha detto una cosa che mi ha colpito: “A NYC è impossibile iniziare un business che rispetti tutte le norme perchè queste sono talmente macchinose che è più facile lanciare un’attività e lasciare che siano gli ispettori a scoprire quello che è in regola e quello che non lo è”.

Terzo punto, come far sì che le arti (uno dei settori trainanti della città con un giro d’affari di 12 miliardi di dollari) non mettano in moto un processo di gentrificazione dei quartieri periferici che rimangono poi vittime di un’insostenibile escalation del valore immobiliare? E’ successo a SoHo, poi si è ripetuto a Chesea, attualmente ‘ in corso a Williamsburg e ci sono i primi segnali che gli artisti si stiano spostando nel Bronx creando anche qui una dinamica che uccide i quartieri.

Per il momento le domande sono molte, le risposte ancora da trovare. L’appassionato dibattito continuerà venerdì ma una cosa posso già osservare: emergono proposte, non piagnistei, si respira un clima di grande partecipazione e un senso di ottimismo. E’ come se i newyorkesi si rendessero conto di quanto ha da offrire la loro città, quanto sia imitata nel resto d’America e del mondo e quanto a direzione che prenderà la Grande Mela nei prossimi anni varà un punto di riferimento per tutte le realtà urbane. Un giorno al summit mi ha ricordato quanto i newyorkesi sanno rimboccarsi le maniche e darsi da fare per intervenire in modo pratico ed efficace sul tessuto della loro città.

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