I castelli della Valle d’Aosta

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Torri d’avvistamento e dimore nobiliari. Ex miniere e piccoli villaggi. Restaurati e trasformati, tornano a nuova vita. Per divantare musei, palcoscenico di eventi, centri culturali. Tutti da esplorare, magari in una giornata di pausa dalle piste da sci.

La chiamano restituzione. Si prendono siti archeologici, castelli medievali, antiche case rurali, si ristrutturano e si riconsegnano al pubblico sotto forma di musei, centri culturali, palcoscenici per eventi.

«La Valle d’Aosta ha un patrimonio storico e culturale immenso, non basta restaurarlo, bisogna renderlo fruibile, facendo della memoria del passato materia viva», spiega Laurent Viérin, assessore all’Istruzione e alla Cultura.

Torri d’avvistamento e dimore nobiliari. Ex miniere e piccoli villaggi. Restaurati e trasformati, tornano a nuova vita. Per divantare musei, palcoscenico di eventi, centri culturali. Tutti da esplorare, magari in una giornata di pausa dalle piste da sci.

La chiamano restituzione. Si prendono siti archeologici, castelli medievali, antiche case rurali, si ristrutturano e si riconsegnano al pubblico sotto forma di musei, centri culturali, palcoscenici per eventi.

«La Valle d’Aosta ha un patrimonio storico e culturale immenso, non basta restaurarlo, bisogna renderlo fruibile, facendo della memoria del passato materia viva», spiega Laurent Viérin, assessore all’Istruzione e alla Cultura.

Così, siti che sembravano destinati a un lento degrado – come l’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, il Teatro Romano di Aosta, alcuni dei tanti castelli disseminati in tutta la regione – sono ora visitabili. Magari (in attesa di una definitiva riapertura) anche solo per qualche iniziativa come la rassegna Châteaux ouverts, che apre i cantieri al pubblico durante i lavori di restauro. È successo negli ultimi tempi ai castelli di Aymavilles, Arnad, Quart e, lo scorso agosto, in concomitanza con la Festa del Lardo, a quello di Vallaise d’Arnad.

MOSTRE E MUSEI AL FORTE DI BARD
Simbolo di questa politica è l’imponente Forte di Bard, proprio all’imbocco della Valle d’Aosta che, da quando ha aperto nel 2006, è il nuovo polo culturale delle Alpi occidentali. Tre ascensori panoramici in vetro si arrampicano su una ripida gola: il forte se ne sta arroccato a 106 metri d’altezza e occupa 14 mila metri quadri che ospitano mostre temporanee, il Museo delle Alpi, che racconta in 29 sale multimediali l’universo alpino, Le Alpi dei Ragazzi, per scoprire la montagna giocando e l’Espace Vallée Culture, biglietto da visita virtuale (con postazioni internet in 4 lingue) della regione. A breve aprirà il nuovo Museo delle Frontiere, dedicato alla storia di Bard e delle fortificazioni alpine.

RESIDENZE REALI E FORTEZZE
Castelli e rocche costituiscono uno dei tratti salienti di questo paesaggio. Risalendo il corso della Dora si incontrano torri d’avvistamento, mura merlate, manieri ingentiliti da portali gotici ad arco carenato. Sono più di cento le sentinelle delle Alpi, nate per collegare a vista il fondovalle alle vette del Bianco e del Rosa, e tenere sotto controllo l’arteria che, superando i passi del Piccolo e del Gran San Bernardo, metteva in comunicazione Roma e la Francia. Ce ne sono di tutti i tipi. Fortezze inespugnabili come il castello di Verrès, un cubo di pietra di 30 metri per lato che domina l’ingresso della Val d’Ayas, dove tutto è sovradimensionato: le spesse mura, le caditoie, i camini, le bifore scolpite, lo scalone ad arco rampante. Manieri di rappresentanza come Fénis, voluto da Aimone di Challant a metà del XIV secolo: torri e torrette abbracciate da una doppia cinta muraria che nascondono il cortile affrescato da Giacomo Jaquerio. Poi ci sono le residenze reali come Castel Savoia – dove passava le sue estati Margherita di Savoia – che conserva intatti la camera da letto e il salottino della regina, e più estrose dimore come il Castello di Introd: a forma circolare è la ricostruzione di inizio Novecento di una fortezza duecentesca e custodisce uno splendido granaio quattrocentesco. Qui, in estate, si tiene un festival con spettacoli, concerti e degustazioni.

AOSTA ROMANA
Il più suggestivo palcoscenico della Vallée però è l’antico Teatro Romano di Aosta che ospita rassegne musicali e spettacoli di théâtre et lumières. Del resto, a fondare Aosta furono proprio i Romani, che qui costruirono un castrum militare dal quale tenere sotto controllo la zona. Nacque così Augusta Praetoria, la Roma delle Alpi, ancora ben visibile nei resti della possente cinta muraria, un rettangolo di 724 metri per 572, nell’Arco d’Augusto, che domina l’omonima piazza, nella monumentale Porta Praetoria, con la doppia cortina muraria, scandita da tre arcate, i cui lavori di restauro sono quasi terminati. Se Aosta ha fatto del suo teatro un palcoscenico vivo, Etroubles, ai piedi del Gran San Bernardo, si è trasformato tutt’intero in un museo. «È iniziata come una piccola sfida», racconta il sindaco Massimo Tamone. «Abbiamo invitato 16 artisti a usare il paese come un atelier. Ognuno ha scelto un luogo e un tema, e ha realizzato la sua opera. Il risultato? À Etroubles, Avant Toi Sont Passés…, museo permanente all’aria aperta. E tutto il paese è rinato con lui». Sono state restaurate case e strade, piazze e si sta recuperando il lungo fiume. Ed Etroubles è diventato anche sede di esposizioni temporanee di artisti di fama mondiale.

TRA MINIERE E MERCOLEDÌ ROSA
Qualcosa di simile è accaduto all’ex Villaggio Minatori di Cogne. Gli edifici grigi, un tempo dormitori e uffici della miniera di magnetite, oggi sono gestiti dalla Fondation Grand Paradis e ospitano Alpinart, con mostre temporanee e il piccolo museo della miniera con filmati, abiti, strumenti di lavoro dei minatori; un Centro Visite, con postazioni multimediali per fare un volo virtuale sul Gran Paradiso, e spazi sensoriali dove sentire i profumi e i suoni del parco nazionale. «Il nostro è un territorio difficile, che va dai 4800 metri del Bianco ai 400 delle valli basse», spiega l’assessore all’Ambiente Manuela Zublena. «Per tenerlo vivo è necessario sostenere le comunità d’alta montagna, proteggerne il territorio, aiutare la microeconomia tradizionale». Magari con eventi che ne promuovono le eccellenze, come Marché au Fort, kermesse enogastronomica che riunisce ogni anno al Forte di Bard un’ottantina di produttori locali. «Cerchiamo di sfruttare l’attenzione che le grandi manifestazioni suscitano», dice l’assessore al Turismo Aurelio Marguerettaz. «Il Tor des Géants, per esempio, richiama atleti da tutto il mondo. In concomitanza, organizziamo minitrekking e visite con guide naturalistiche per far conoscere a tutti i 330 chilometri di percorsi che attraversano la regione». E, per promuovere lo sci alpino femminile, oltre alle competizioni sportive, ora c’è anche il Mercoledì Rosa: skipass scontato per le signore con relax alle Terme di Pré-Saint-Didier.

PATOIS E WALSER
«Accanto al patrimonio materiale ce n’è anche uno immateriale, che va salvaguardato e rivalutato. Fatto di tradizioni, conoscenze antiche, lingue minori», dice Viérin. «Per questo abbiamo aperto la Maison des Anciens Remèdes di Jovençan, museo e centro studi, dove è conservata la memoria di pratiche e saperi legati agli usi delle erbe officinali, e cerchiamo poi di valorizzare il patois come lingua storica». Al dialetto francoprovenzale sono dedicati corsi intensivi – i bain de langue – full immersion di un weekend. E uno degli appuntamenti della prossima Saison Culturelle (40 eventi, conferenze, film e teatro) è il primo musical in patois.

Accanto al dialetto francoprovenzale qui si parla un’altra lingua desueta, quella dei walser, comunità di origine germanica che abita da otto secoli l’Alta Valle del Lys. A loro è dedicato un Ecomuseo: si visitano la casa tradizionale, il fienile, i magazzini, la dispensa, e si ammira una collezione di costumi tradizionali e abiti d’epoca. È un luogo che si nomina ancora con parole antiche: puròhus (la casa), wohngade (la parte adibita ad abitazione-stalla), stadel (il fienile). Le scandisce con orgoglio Otto Wels, uno dei walser dop della Vallée: 83 anni, lo sguardo fermo, Otto accompagna i visitatori nelle piccole sale del museo, ripete gesti antichi, offre loro racconti di un tempo andato: «Dimenticare il tich, la nostra lingua», dice, «significherebbe cancellare le nostre radici, perdere la voce».

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