Hong Kong – Shopping per ogni tasca e gusto

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Nel Paese conosciuto da molti come il “Fiore dell’Oriente”, la parola shopping ha ormai radici ben salde. Il richiamo è scontato per l’ex colonia che vive di commercio e turismo. Le industrie se ne sono andate ormai da vent’anni, scoprendo in tempi non sospetti quanto bassa costasse la manodopera nella Cina Popolare (adesso si parla di 25 centesimi all’ora per un operaio). Quindi Hong Kong è lo snodo del trading ad ogni livello.

Nel Paese conosciuto da molti come il “Fiore dell’Oriente”, la parola shopping ha ormai radici ben salde. Il richiamo è scontato per l’ex colonia che vive di commercio e turismo. Le industrie se ne sono andate ormai da vent’anni, scoprendo in tempi non sospetti quanto bassa costasse la manodopera nella Cina Popolare (adesso si parla di 25 centesimi all’ora per un operaio). Quindi Hong Kong è lo snodo del trading ad ogni livello.

Dall’alta industria a chi importa in Europa foulard o plastica lavorata. Basti pensare che per aprire una società a Hong Kong servono due ore di tempo e 250 euro. Altrettanto per chiudere baracca e burattini. Ma il commercio di cui si nutrono gli abitanti dell’arcipelago è di ben altro tipo. E’ quello delle cosiddette cineserie, pezzi prodotti su larga scala per il mercato mondiale ma che da queste parti vanno a ruba per primi. Infatti si tratta di merce  facilmente rintracciabile anche sulle bancarelle di Roma o Parigi con una “piccola” differenza: i pezzi sono identici, i prezzi moltiplicati per dieci.

Il nostro giro – antipasto di quello che si rivelerà un autentico tour de force dello shopping pre-natalizio – comincia da Stanley Market, un cunicolo di bancarelle con vista sul mare nella zona Sud Est della penisola, a due passi dal nuovo Maritime Museum. Visto da fuori ricorda un mercato rionale italiano: superata la prima mattonella l’opinione cambia radicalmente. Niente cielo sopra le nostre teste ma una struttura trasparente in plexigas, un’umidità fastidiosa e l’immancabile aria condizionata . La “passeggiata” ha le sue tappe forzate: il primo specialista in cineserie lascia in bella mostra di sé le statue in bronzo dei guerrieri della Cina, per intenderci copie in scala ridotta dei seimila pezzi in terracotta trovati a Yanzhai. Completano la “vetrina” draghi in giada di ogni grandezza, statue di divinità e dadi in pietra per ogni tasca. Poi sotto con i lini a prezzo di fabbrica, dove le turiste europee si fermano come api attirate dai fiori.  

Pochi passi e c’è il settore abbigliamento: due pashmine per 100 dollari “hongkongesi” (un dollaro di Hong Kong equivale a circa dieci centesimi di euro, ndr), maglioni di cachemire a 450, giacche cinesi multicolori con tanto di dragone disegnato a mano a 780, tovaglie con simboli natalizi a 300. La concorrenza regna sovrana pure a questa latitudine del pianeta dato che per 100 dollari locali in una via laterale vanno a ruba i set di tre pashmine.

Non c’è il disordine dei suk arabi o della bolgia indiana. Nessun miscuglio di razze: tra i frequentatori del mercatino otto su dieci sono cinesi a spasso dopo il lavoro o la scuola; il rimanente è composto da occidentali curiosi e in cerca di idee regalo per Natale. Ai minimi termini la presenza di arabi o uomini di colore (lo stesso dicasi per l’intero Paese). I venditori stanno alla finestra in attesa di piazzare i prodotti, la gente si guarda intorno e non disdegna di mettere mano al portafogli anche più di una volta. A Stanley Market la fanno da padrona capi d’abbigliamento, tessuti e stampe di paesaggi cinesi.

Di ben altra specie il commercio nelle vie delle shopping celebre, quelle inflazionate grazie alla guide turistiche di mezzo mondo. Nathan Road è un viavai incessante di bus, taxi rossi e turisti. L’aria è quella della più caotica città europea: tutti di corsa e indaffarati, grandi cartelloni luminosi, pubblicità ovunque, semafori con richiami sonori. Le vetrine offrono di tutto e di più: abbigliamento di ogni marca occidentale, prodotti tecnologici, gioielleria in stile cinese, capi in seta, bazar di erbe mediche e thè a volontà. La gente ordinata in fila per i bus rigorosamente a due piani e la guida a sinistra fa ricordare le radici britanniche (del resto 150 sotto il casato Windsor non si cancellano in nove anni, ndr).

Lo stesso discorso vale per altre due zone ad alta densità di shopping, Landmark e Lan Kwai Fong. Qui i negozi sono ancora più selezionati, nonostante spuntino rivenditori di cineserie di alta classe. A parità di qualità di capi, è possibile mettere a segno qualche affare anche in questo settore.

Ma dodici ore di volo non possono esaurirsi nello shopping tradizionale tra outlet (tra i tanti il Nike Factory di Kowloon Bay e Label for less nell’International Finance Centre) o empori internazionali (Joyce warehouse a Lee Wing Street; Acetex, zona di Admiralty; Twist, a Causeway Bay). La globalizzazione fortunatamente non ha sfiorato realtà locali come i mercatini di Soho, Ladies Market, il notturno di Temple Street e Cat Street.

SoHo colpisce nel segno delle turiste italiane: shopping  minimalista, cineserie a buon mercato e quell’atmosfera a metà tra l’Antico Oriente e British style ne fanno una tappa da non perdere. E’ un mercato ritagliato sulle colline della penisola, un quartiere brulicante di ristorantini e una volta manna per i portantini, impegnati ventiquattr’ore al giorno su e giù nei saliscendi. Oggi al loro posto ci sono dieci scale mobili comunicanti, con una singolarità: sino alle dieci del mattino, funzionano solamente in discesa permettendo alle casalinghe che vivono all’interno di scendere in città. Un po’ kitch agli occhi occidentali alcuni negozi dove si vende il necessaire per onorare il caro estinto e la sua vita ultraterrena. Oltre agli incensi i riti prevedono di bruciare finti vestiti del defunto oppure gli oggetti a lui più cari (fuori dai negozi appesi pc, sushi e libri tutti rigorosamente falsi e pronti da ardere).

A SoHo spadroneggiano anche i mercatini di pesce seccato e custodito all’aria aperta. Shue Wan e Sui Wan sono acquistabili per pochi dollari ma gli occidentali si guardano bene dall’addentrarsi. Spezie, noci essiccate, frutta disidrata, aromi di chissà quale provenienza esotica vengono stipati in sacchetti di plastica davanti ai negozi. Passeggiando a SoHo, ci s’mbatte anche in un paio di pinne di squalo essiccate, in cerca di acquirenti.

A Ladies’ Street – altresì detto Mong Kok  vanno per la maggiore abiti,  borse e monili per il gentil sesso.

Cat Street è il paradiso delle cineserie. Duecento metri di vendite bric-a-brac formano un altro must da non perdere. I negozi sono paragonabili a cantine europee da dove spunta ogni ben di Dio. Il pezzo forte sono braccialetti, statue e memorabilia del passato. Mao è il più richiesto: spuntano decine di statue che lo riprendono mentre legge e saluta, centinaia di copie in inglese del suo Red Book; la sue effigie campeggia su sveglie e orologi, per non citare le stampe di documenti della sua epoca.

Per i collezionisti anche i capelli dell’esercito cinese. Per i “comuni mortali” statue di draghi in legno e monili in giada. O simili

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