Gli hippy di Gokarna

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Lo Stato del Karnataka, nell’India meridionale, è noto soprattutto per Bangalore, la capitale dell’hi-tech e dell’outsourcing, la sede dell’Indian Institute of Science – la più grande fabbrica di cervelli informatici – e dei centri di calcolo di Microsoft, Motorola, Texas Instrumens, Oracle, Airbus e di una infinità di banche, assicurazioni e compagnie aeree.

Lo Stato del Karnataka, nell’India meridionale, è noto soprattutto per Bangalore, la capitale dell’hi-tech e dell’outsourcing, la sede dell’Indian Institute of Science – la più grande fabbrica di cervelli informatici – e dei centri di calcolo di Microsoft, Motorola, Texas Instrumens, Oracle, Airbus e di una infinità di banche, assicurazioni e compagnie aeree. Nonché residenza di Azim Premji, il più noto tra i 150.000 ingegneri elettronici di Bangalore, il proprietario dell’azienda informatica Wipro, l’uomo più ricco del subcontinente e tra i cinque Paperon de Paperoni del globo.

L’India però è terra di contrasti, così sulla costa del Karnataka, a poche ore di auto da Bangalore, tecnologia e finanza cedono a una realtà mistica che rifiuta la modernità. Gokarna è una città sacra votata a Shiva, il dio distruttore, ed è abitata soprattutto da bramini, la più alta casta indù, formata da sacerdoti e intellettuali. Li si incontra all’ingresso dei templi o sulle verande, avvolti in un tessuto bianco che lascia il petto nudo, per rispetto agli dei. Le loro case si aprono con un salone in cui fare entrare e deambulare le vacche. I bramini, con le teste rasate, celebrano cerimonie nei tanti templi cittadini e soprattutto nel Mahabaleshwara, l’antichissimo santuario che ospita il sacro lingam di Shiva, il fallo in pietra – massimo simbolo di fertilità – che, secondo la mitologia indù, il dio lasciò cadere mentre volava dall’Himalaya a Sri Lanka. Meta costante di pellegrinaggio, Gokarna è percorsa più volte all’anno da Shivarastri, una processione religiosa con carri, fuochi ed elefanti. Depositari del mito della purezza, i bramini sono vegetariani (in città non si trova nemmeno un uovo) e vietano la costruzione di hotel all’occidentale a lato dei dieci chilometri di favolose spiagge che circondano la cittadina.

Così mentre l’industria del turismo rimpiange i mancati affari, Gokarna è diventata l’ultima meta dei viaggiatori che fuggono turismo di massa e globalizzazione. Sono migrati qui anche i vecchi e i nuovi hippy della vicina Goa, ormai super commercializzata e invasa da charter che sbarcano un milione e mezzo di turisti l’anno. Perché Gokarna è diventata una delle mete balneari con l’ambiente più integro e i costi più bassi dell’Asia. La sua via dei templi sbuca su di un arenile lungo sette chilometri, animato dal lavoro dei pescatori. La lunga spianata di sabbia verso nord è semideserta, costeggiata da guesthouse molto spartane che si mimetizzano nella boscaglia. Risalendo il promontorio a sud si visita il tempio di Rama con la sorgente e la vasca purificatrice. Si raggiunge un pianoro popolato di scimmie con la grotta che dà il nome a Gokarna: significa ‘orecchio di vacca’, dalla forma dell’ingresso della caverna che contiene un lingam. Per poi scendere sulla mezzaluna di mille metri di sabbia bianca di Kudle Beach. Da dove in mezzora si arriva a Om Beach, così chiamata perché le sue lingue di sabbia disegnano nel mare il meditativo segno dell’Om. E, seguendo un sentiero tra foreste e scogliere, si trovano le calette di Half Moon e Paradise.

Fonte: www.lastampa.it

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