Gli Hippie di Goa

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Goa non è un’isola, come tutti credono. È lo Stato più piccolo della parte sudoccidentale dell’India. Un lembo di terra ricco di fiumi, dalla vegetazione lussureggiante in cui palmeti e risaie si alternano ad alberi di papaya, mango e ciku. Le sue coste sono ricoperte da 100 km di bianche distese di fine sabbia. Ma Goa è soprattutto “uno stato mentale”: esempio di tolleranza in cui realtà differenti e in palese contraddizione traloro pulsano e convivono insieme. Cattolici, induisti, musulmani e minoranze religiose dividono le stesse spiagge, dove la gente arriva da tutti i paesi del mondo.

Goa non è un’isola, come tutti credono. È lo Stato più piccolo della parte sudoccidentale dell’India. Un lembo di terra ricco di fiumi, dalla vegetazione lussureggiante in cui palmeti e risaie si alternano ad alberi di papaya, mango e ciku. Le sue coste sono ricoperte da 100 km di bianche distese di fine sabbia. Ma Goa è soprattutto “uno stato mentale”: esempio di tolleranza in cui realtà differenti e in palese contraddizione traloro pulsano e convivono insieme. Cattolici, induisti, musulmani e minoranze religiose dividono le stesse spiagge, dove la gente arriva da tutti i paesi del mondo.

Il 12% del totale degli arrivi stranieri in India atterra qui, più di due milioni di turisti l’anno. Goa accoglie tutti. Ricchi indiani, turisti, nostalgici e neo hippies che l’hanno eletta loro residenza invernale: presenze stagionali che s’inventano una vita a tempo e ripartono dopo sei mesi con l’arrivo dei monsoni. Arambol, Calangute, Anjuna, Candolim, Palolem, non sono nomi di luoghi ma scorci di paradiso, ognuno con una storia diversa da raccontare.

QUANDO NON C’ERA L’ELETTRICITÀ
Gli hippies che arrivano ad Arambol e Morjeem, la più settentrionale delle spiagge di Goa, ai confini con lo Stato di Maharashtra, adottano il mantra “Shiva Shiva Shambò” come loro saluto. Lo si sente riecheggiare nell’aria mentre lo ripetono ad ogni incontro e lo intercalano in ogni conversazione. Racconta una figlia dei fiori che al suo arrivo nel 1972, dopo due giorni di navigazione da Bombay e una notte trascorsa dormendo sul ponte stesa sulla propria stuoia (oggi lo stesso percorso dura meno di un’ora di volo al costo di 30 euro), non esistevano alloggi e case disponibili per gli occidentali. Si dormiva nella foresta in capanne sugli alberi o sulla battigia con il sacco a pelo, dopo aver scavato un buco nella sabbia per nascondere soldi e passaporto. I “flowered” di tutto il mondo sotto lo slogan “peace, love and freedom” trascorrevano le giornate su queste soffici distese all’ombra delle palme, tra yoga, meditazione, sitar. Non c’era elettricità, la sera, attorno al fuoco, fumavano chillum e festeggiavano l’arrivo della luna in leggendari “full moon party” tra canti, danze e concerti ritmati da tamburi. Decenni dopo, alloggi a parte, l’aria non è molto cambiata.

SBALLO E SPIRITUALITÀ
Goa offre ancora oggi, sulle sue spiagge, spiritualità e sballo. Un’infinità di minibar, detti shak, animano la baia. Le piccole postazioni di bamboo con il fornellino dove gli indiani locali preparavano il chai (tipico tè indiano) e con 20 rupie si poteva anche mangiare un chapati (pane) con il miele, sono state soppiantate da colorati baracchini che preparano ogni sorta di pietanza: sushi, tapas messicane, pasta alle vongole, gelato himalayano, crauti tirolesi, squisito cibo indiano. Ad Arambol, al riparo dal sole sotto la foresta di palme, negozietti colmi di souvenir, stoffe e argenti tibetani circondano il suo lago dolce, dove un tempo gli hippies usavano lavarsi e gli indiani pulivano i loro panni. Nelle capanne si praticano massaggi, yoga, agopuntura, medicina ayurvedica, meditazione. Si può dormire in comodi resort o affittare una casa. Tra lettini e ombrelloni sulle spiagge, sacre mucche passeggiano accanto ai gruppi di meditazione che onorano Shiva o praticano tai-chi.

FESTE DA NATALE A CAPODANNO
A questa Goa della cultura hippie che oggi ha assunto un’atmosfera new age si affianca un’altra Goa dai colori fluorescenti delle droghe psichedeliche e della musica trance. Nel decennio 80-90 Anjuna è diventata l’epicentro della cultura rave e dei “trance parties”. Qui è nata la Goa-Trance: un genere di musica in cui le note dai ritmi techno si ripetono ipnotiche, accompagnate da movimenti di danza che evocano antichi riti shamani. Arrivano dj e ravers da tutto il mondo, Europa, Australia, Giappone, moltissimi i giovani israeliani che fuggono dall’obbligo della leva con il solo desiderio di “stare shanti”, pace. Ballano sotto l’effetto di Lsd, ecstasy e hashish in raduni che, tra le foreste e le colline, possono durare da Natale a Capodanno.

«ELEPHANT PEOPLE» E DONNE IN TANGA
Calangute è meta della classe agiata di Mumbai: nei finesettimana o nei giorni festivi arrivano intere famiglie.Mentre i papà giocano orgogliosi con i loro bambini, le donne rimangono al riparo sotto l’ombrellone con i loro lucidi sari di seta. Oppure giocano sulla battigia, salgo-no sulle moto d’acqua o planano con il paracadute sulla spiaggia. In contrasto con il pudore dei sari delle donne indiane o del burqua delle musulmane, sono molte le occidentali che passeggiano in succinti bikini e tanga. Avanzano colorate e tintinnando con le loro cavigliere,per vendere le loro merci, le eleganti ambulanti del Karnataka. E si possono vedere minuscoli massaggiatori toc-care con le loro esili mani clienti dalle dimensioni strabordanti e dall’epidermide chiara. Sono turisti moscoviti che arrivano con pacchetti low cost Mosca-Goa. Spes-so ripartono con una fede al dito. La popolazione locale li ha ribattezzati “elephant people”: per la loro mole e per la spudoratezza con cui espongono il loro pallido tessuto adiposo al sole. Li si vede andare in giro esibendo i loro tatuaggi blasfemi o li si co-glie addormentati in pieno gior-no, in riva al mare, simili a pachidermi; “elephant people”, ecco perché. Nei locali gestiti dailoro connazionali i menù e i car-telli che indicano ristoro sono esclusivamente in cirillico.

IL BAZAR COME UN PRESEPE
Anjuna, invece, continua a distinguersi per i suoi rave party. È facile vedere scorrazzare per le sue strade novelle centaure su scintillanti Emfield, la moto della libertà, o madri che portano in giro i loro figli e le merci che vanno a vendere al grande mercato multietnico del mercoledì. Bellezze mozzafiato e sfrontate, vestite come Trilly futuriste, incedono leggere con le loro ali in mezzo a mendicanti, elefanti e giovani multietnici promuovendo l’ultimo pub alla moda. Mentre sulla spiaggia i vecchi freak con i loro Om tatuati e sbiaditi organizzano interminabili concerti di musica dal vivo. Baga è nota per il suo Saturday Night Market, un bazar notturno che trasforma con le sue luci la valle che lo ospita in un presepe contemporaneo. Bancarelle di cibo e prodotti disparati: tibetani, messicani, afro-cubani. Si avanza tra pifferai, giocolieri, scultori che incidono sul marmo la figura del Buddha, sfilate di stilisti locali emergenti o già affermati.

RESORT AFFITTATI DA FOTOGRAFI E SCRITTORI
Candolim è meta di saniasi e meditatori, luogo d’incontro per artisti, collezionisti, stilisti, imprenditori di ogni nazionalità. Scrittori, coreografi, fotografi affittano stanze per lungo tempo in piccoli e semplici resort sul mare. A meno di un’ora di tragitto col motorino (o bus) dalla capitale. Nell’elegante Panjim si può arrivare in due modi: per i nostalgici, traghettando il fiume su un vecchio ferryboat gratuito, per tutti gli altri attraversando l’avveneristico ponte che unisce le penisole. Qui si viene per seguire il Bollywood film festival, incontrarsi nei caffè letterari o dare una sbirciata ai nuovi negozi di design. E questa è l’altra faccia di Goa.

Fonte: www.corriere.it

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