Essaouira, la città della vertigine

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Strano destino quello di Essaouira. Una cittadina che di giorno rimbalza e rifrange centinaia di colori, deve la sua notorietà planetaria a un rituale notturno. A svelare Mogador (come la chiamavano gli spagnoli) non bastano le sue gallerie d’arte, i suoi hammam, il suo suq speziato, il suo porticciolo che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani. A spiegare questo luogo luminoso e speciale, affacciato sull’oceano e sferzato dagli alisei, ci vuole la notte. Un particolare tipo di notte, la “lila”, la notte rituale dei musicisti Gnaoua, ma anche quella pagana e ludica dei ragazzi marocchini più freak che nei giorni del festival Gnaoua invadono la spiaggia per dormire, fumare e seguire i concerti delle star della nuova generazione musicale del Maghreb.

Il porticciolo di Essaouira, che ogni mattina celebra il teatrino del ritorno dei pescherecci pedinati dai gabbiani ©Ruslan Kalnitsky/Shutterstock

La San Francisco nordafricana

Essaouira viene considerata una sorta di San Francisco nordafricana, mentre durante il Festival Gnaoua (quest’anno dal 20 al 22 Giugno), la definizione più ricorrente è quella di “Woodstock del maghreb”. Hendrix e Jagger ci hanno fatto una capatina in passato, così come Pasolini, Orson Wells, Ridley Scott che vi hanno girato scene dei loro film. È una città che accoglie una decina di festival nel corso dell’anno, piazzati negli slarghi della sua bellissima casbah o su qualche recinto della spiaggia lunga 12 chilometri, la stessa che un plotone di surfisti sceglie di popolare ogni giorno per le onde invitanti dell’oceano.

Il Festival Gnaoua di Essaouira © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

La trance e il festival

I manifesti sparsi per le strade sono pieni di tagli. Piccoli sfregi che li trasformano in tele attraversate da una scarica di pallettoni. Per un attimo abbiamo pensato fossero provocati da qualche teppistello ebete. In realtà tagliare le tele è l’unico modo per non farle gonfiare troppo, per far sì che non vengano strappate dal vento, per non farle volare via. A Essaouira il vento non cessa mai. Può essere una piacevole brezza durante il giorno, può essere un aliseo un po’ più freddo e insistente di sera, può essere una corrente gelida di notte. Ma il vento che batte sulla città in questi giorni è di tutt’altro tipo. E’ un vento innescato dalle raqs e dal guimbri, un vento pilotato dai maâlem (maestri) che lo fanno crescere e sferzare come una vertigine addomesticata a fatica. Il vento di Essaouira è quello della musica Gnaoua, la musica fortemente sincretica che è diventata il vessillo della città, non più solo quello della comunità di ex schiavi subsahariani che l’ha codificata molti secoli fa.

Lungo i marciapiedi che costeggiano le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

I musicisti guidati dai vari maâlem che per l’occasione arrivano non solo da Essaouira, ma anche da Casablanca, Rabat, Tangeri, Marrakech, mettono in scena (a partire dalla cerimonia d’apertura nelle vie che immettono su Place de l’Horloge), il cerimoniale misterico di questa etnia che ha meticciato riti ancestrali degli schiavi africani (giunti in questa zona nel sedicesimo secolo), cultura berbera e islam. Ascoltare un maâlem slappare con forza sul suo guimbri, il basso a tre corde che è lo strumento sacro di questa confraternita, e incitare i suonatori di raqs (le nacchere metalliche) a una danza sempre più frenetica e ossessiva è un’esperienza che apre le porte della percezione. La Zaouia Gnaoua dove vengono celebrate le “lila” anche durante il festival, è una specie di casa con un cortile interno, un riad adibito alle cerimonie così come la Zaouia Hmadcha, altro luogo scelto per queste pratiche musicali che vanno avanti per ore e ore e trovano nel Gnaoua Festival il suo zenith di notorietà e di frequentazione.

Anche il popolo della spiaggia però è emblematico. Una fotografia del nuovo Marocco, scattata in questa città tollerante, caratterizzata da un esprit davvero illuminato. Da queste parti i giovani e gli adolescenti sono interessati al rap barricadero o alla trap, ma sono anche infatuati della musica Gnaoua al punto che negli angoli del suq o nel marciapiede che costeggia le mura fortificate si trovano drappelli di musicisti di strada, con giovanissimi pretendenti maâlem che improvvisano interminabili sessions armati di guimbri, raqs e voci.

Il festival vero e proprio giunge quest’anno alla sua ventiduesima edizione. Un festival che non è un artificio, perché la musica gnaoua fa davvero parte del dna di questa cittadina, e che allo stesso tempo ha allargato a dismisura il numero degli “adepti”, grazie alla sua forza propositiva e alla sua spregiudicatezza artistica, capace di mettere sul palco ensemble tradizionali gnaoua direttamente al fianco di star del jazz e della world music mondiale come Pat Metheny, Carlinhos Brown, Wayne Shorter, e, nella prossima edizione, l’angloindiana Susheela Ramam.

Il vento (taros, in berbero) è accusato di far impazzire gli stranieri © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

La spiaggia e il castello di Hendrix

Fuori le mura inizia la lunghissima spiaggia, che fronteggia l’isola di Mogador, antica colonia romana, poi sede di un carcere, l’isola è oggi una riserva naturale dove si riproducono i falchi Eleanora. Non sono in molti quelli che optano di affrontare l’oceano atlantico per una nuotata, ma grazie ai forti alisei le onde sono ideali per surf, windsurf e kitesurf, mentre sulla spiaggia, solida per la marea, si incrociano cavalli, quad, dromedari, biciclette e persino qualche scooter.

Camminando fino all’estremità della spiaggia, molti chilometri più in là, c’è la foce di un fiume, l’Oued Ksob, che finisce nell’oceano proprio in quel punto. Risalendo il fiume attraverso le dune di sabbia, si incontra un sentiero che porta al cosiddetto “Castle Made of Sand” di Jimi Hendrix. Questo “castello di sabbia” è in realtà un palazzo chiamato “Dar Sultan”. Fu costruito fuori città, vicino alla costa e arredato in tipico stile europeo. Tra le tante leggende che legano Jimi Hendrix alla città (non tutte verificate a dire il vero), c’è anche quella che vuole il musicista statunitense frequentare per giorni interi questo luogo, bevendo, fumando e scrivendo canzoni. Tra queste appunto quella dedicata a “Castle Made Of Sand”, bellissimo palazzo, oggi malconcio, fatto costruire nel ‘700 da Hoban, un ricco mercante, e che servì come residenza per gli alti dignitari del sultano per tutto l’‘800.

Fuori le mura inizia la lunghissima spiaggia, che fronteggia l’isola di Mogador, poi sede di un carcere © Valerio Corzani / Lonely Planet Italia

Facile farsi prendere dallo struggimento in uno scenario come questo, facile aver già nostalgia della “Ben disegnata” come è stata definita la città, per il suo impeccabile schema urbanistico. L’unico modo per assicurarsi di tornare, secondo la tradizione, è toccare un intruso col tempo diventato simbolo della città, il tronco dell’albero gigante che domina la corte di un centro artigianale della Porta Marrakech: si chiama Belombra, è originario dell’America Latina dove per la sua maestosità lo chiamano “il faro” e, a quanto pare, ha solo un altro gemello in Marocco, in un parco di Tangeri.

Nell’ultima delle tante spedizioni che abbiamo fatto ad Essaouira ce ne siamo andati di notte, così come di notte eravamo arrivati. Poco prima di partire dalla Porta Sbaa, siamo riusciti ad approfittare di un ultimo set del Maâlem Mahjoub El Gnawa. A due passi dalla porta infatti c’è Chez Kébir, uno spazio molto intimo dove la cerimonia gnaoua assume contorni ancora più sfrenati e lo spirito originario viene interamente preservato. Sulla strada che ci portava a Marrakech, continuava a tornare l’immagine di un’anziana impegnata a danzare sui passaggi ritmici del maâlem. Al Chez Kébir si agitava coperta da un velo. La stessa mossa iterativa, ripetuta per ore, in un equilibrio instabile che pure non la faceva mai cadere.

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