El Camino Real

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"El Camino Real?". Henry Jaramillo fa finta di niente e continua a potare la vigna. Poi si avvicina alla staccionata e posa le forbici: "Il Camino Real?", ripete, "sa che io sono un discendente del capitán Juan Jaramillo? Lui era con Coronado quando nel 1540 il generale partì alla ricerca delle sette città d’oro". Quello che dice potrebbe anche essere vero: la lista dei cognomi di chi partecipò alle prime spedizioni spagnole nell’attuale New Mexico è all’ingresso del Camino Real Heritage Center e sembra davvero l’elenco del telefono locale: ci sono i Cruz, gli Ortega, i Sanchez, gli Jaramillo.

"El Camino Real?". Henry Jaramillo fa finta di niente e continua a potare la vigna. Poi si avvicina alla staccionata e posa le forbici: "Il Camino Real?", ripete, "sa che io sono un discendente del capitán Juan Jaramillo? Lui era con Coronado quando nel 1540 il generale partì alla ricerca delle sette città d’oro". Quello che dice potrebbe anche essere vero: la lista dei cognomi di chi partecipò alle prime spedizioni spagnole nell’attuale New Mexico è all’ingresso del Camino Real Heritage Center e sembra davvero l’elenco del telefono locale: ci sono i Cruz, gli Ortega, i Sanchez, gli Jaramillo.

"In realtà", rivela Claudia Gallardo, una delle responsabili del centro, pochi di loro discendono davvero dai primi conquistadores. Ma certamente, è bello pensarlo".

I vigneti di Henry sono a Las Cruces lungo la Statale 70, quella che porta alle dune di gesso di White Sands. Da qui si parte per ripercorrere in terra americana il Camino Real de Tierra Adentro, la più antica via europea nel Nuovo Continente, la prima che dal Messico salì verso gli attuali Stati Uniti. Missionari, soldati, mercanti e avventurieri di ogni risma per trecento anni hanno seguito queste 1.500 miglia lungo l’altipiano messicano, un cammino stretto fra vulcani e fiumi in piena, pueblos indiani, miniere di sale, canyon e deserti pieni di agavi e yucche.
Poi alla fine dell’800 arrivò il treno e ciò che prima si percorreva in sei mesi poté essere coperto in un solo giorno. Il Camino Real fu abbandonato alla polvere e scomparve dalle mappe. Finché una ventina di anni fa un gruppo di archeologi si mise al lavoro per localizzarlo. Oggi la porzione americana di quel cammino è diventata ufficialmente National historic trail, e due anni fa a sud di Socorro (e a due passi dall’immensa tenuta del tycoon Ted Turner, che conserva alcuni dei tratti ancora visibili della strada) è stato aperto l’ Heritage Center, una moderna architettura che ricorda una nave nel deserto.

"È una metafora degli scambi che segnarono questa via", dice Yolanda Nava del New Mexico State Monuments, "ma anche il simbolo delle opportunità che questa strada, oggi una highway a più corsie, offre agli immigrati in cerca di una nuova vita negli States". Seduto in una cervecería nella piazza di Mesilla, Wayne si beve una birra mentre confessa le sue preoccupazioni per il nipote, soldato a Baghdad. Ha 74 anni e alle spalle una vita passata a tagliare capelli a Los Angeles; oggi le estati le trascorre tutte a Ruidoso, nelle montagne orientali poco lontane da qui, quelle degli Apache Mescalero e di Billy the Kid. Sono le stesse che osservavano i primi coloni salendo a nord lungo il Camino Real. Bastava volgere lo sguardo a oriente e quella catena – una volta entrati nella Jornada del Muerto, il "viaggio del morto", novanta miglia di terra piatta e secca piena di serpenti e nativi bellicosi – diventava una visione lontana, un miraggio celestiale.

"La Jornada del Muerto è una landa così desolata che nel ’45 ci fecero i primi test nucleari", racconta Wayne mentre cammina fra le vie coloniali di Mesilla. È il 1519 quando Hernán Cortés entra a Città del Messico per la prima volta. Cinquant’anni dopo l’antica Tenochtitlán azteca è già una metropoli dove governa la monarchia spagnola. Il primo che si avventura a nord nella "Tierra Nueva" è Francisco Vásquez de Coronado che nel 1540, con un seguito di oltre mille uomini, parte alla ricerca delle sette città d’oro. "Non le trovò mai", conferma Gilbert W. Merkx, direttore del Latin American Institute all’università del New Mexico, "ma fu il primo a venire in contatto con i nativi, Hopi, Zuni e Jemezi. Anche altri tentarono di salire al nord ma senza fortuna. In realtà ci volevano molti soldi per organizzare una spedizione e questi arrivarono quando dei soldati baschi ottennero il permesso di aprire miniere d’argento a Zacatecas. Si arricchirono e finanziarono la più importante esplorazione a nord, nel 1598".

Mary Rivera vive da ottant’anni lungo il Camino Real. È nata a La Joya de Sevilleta, poco a nord di Socorro, e qui ancora abita in una grande casa in legno. "La Joya de Sevilleta, la chiamò così Don Juan in ricordo del porto spagnolo", mi dice appena metto piede in casa. Nonna spagnola e nonno apache, Mary è una volontaria al Camino Real Heritage Center. "Parlo di Don Juan de Oñate, il figlio del barone dell’argento che nel 1595 ricevette dalla Corona l’incarico di fondare nuove colonie nell’inesplorato nord. A sue spese, ovvio". Oñate coinvolse famiglie di futuri coloni, francescani e guide indiane; acquistò attrezzi, semi, vestiti, cannoni; si procurò centinaia di spanish barb, i famosi cavalli dei conquistatori, e migliaia di churro, pecore dalla buona lana e ottime camminatrici. "Alla partenza, dopo quattro anni, la carovana era lunga 3 miglia", continua Mary, "contava un centinaio di carri ed era seguita da almeno settemila animali".

L’Heritage Center illustra bene la storia del Camino Real e indaga, con oggetti, mappe e foto, quattro secoli di scambi fra Messico e Stati Uniti. Un rapporto che in realtà risale a molto tempo prima. "La spedizione di Oñate seguì probabilmente sentieri preesistenti", spiega Patrizia Antonicelli, responsabile del tour operator Seven Directions. "Da secoli gli indiani Anasazi mandavano a sud sacchi di sale, vari minerali, i peyote e il turchese delle Cerrillos Hill, in cambio di conchiglie, campanelli di rame e coloratissimi pappagalli".  Patrizia è la figlia dell’intellettuale torinese Franco Antonicelli, uno dei padri della Resistenza italiana. Appassionata di arte nativa, da anni vive a Santa Fe ed è lei ad accompagnarmi fra le vie di Socorro (quasi tutti i villaggi fondati lungo il Camino hanno nomi spagnoli), fino alla chiesa di San Miguel, costruita nel 1598: "Superata la Jornada del Muerto Oñate e i suoi non trovarono acqua che 50 miglia più a nord, nel pueblo di Letoc, dove i nativi offrirono loro soccorso. Per questo lo ribattezzarono così". Oggiseguire il Camino Real è semplice, basta imboccare la Interstate 25 a Las Cruces e percorrerla fino a Santa Fe. Certo, l’autostrada segue l’antico percorso, ma come insegna Hal Jackson, autore di una vera e propria guida al Camino (Following the Royal Road, University of New Mexico Press), bisogna uscire dalle carreggiate a quattro corsie per assaporare al meglio ciò che resta di quell’epopea. Seguendo magari il Rio Grande.

Da Socorro in su il fiume è circondato da boschi di pioppi neri ed è da Tomè, poco a sud di Albuquerque, che vale la pena seguire le indicazioni di Jackson. Il croupier dell’Isleta Casino & Resort si rivela un esperto del Camino e mi raccomanda di visitare Isleta, fondata su un precedente villaggio Tiwa: "La nostra chiesa bianca è una delle più antiche del New Mexico e il Camino attraversava il Rio Grande dove oggi sorge il villaggio. Il fiume straripava spesso e il pueblo, circondato dalle acque, diventava una specie di isola. Ecco spiegato il nome dato da Oñate. Legga la sua bella biografia scritta da Marc Simmons… Lui dice che "Don Juan rappresenta l’ultimo dei conquistadores che avanzano per conto della Corona in cerca di fama, ricchezze e onore"". In effetti Oñate e i suoi avevano in mente soprattutto una cosa: l’argento. Dopo mesi di viaggio ne trovarono un po’ vicino a un villaggio Tewa che chiamarono San Juan Pueblo, poco a nord di Santa Fe. La speranza si stava esaurendo, gli uomini erano allo stremo e lì si fermarono per sempre. Fondando la prima capitale del Nuovo Messico. Dan Namingha sta lavorando nel suo studio-galleria a Santa Fe. È uno degli artisti nativi più quotati, e nelle sue opere rappresenta la spiritualità dei suoi avi, i Tewa. "Domenica vado a Ohkay Owingeh, c’è una buffalo dance. Venite?". Nessuno da anni chiama più San Juan Pueblo questo pigro villaggio lungo l’Upper Rio Grande. Oggi nella via principale si sono radunati centinaia di indiani; danzeranno fino allo sfinimento in un rituale antico che serviva a ingraziarsi gli spiriti dei bisonti da cacciare. San Juan Pueblo tornò in mano ai Tewa dopo che la capitale del Nuovo Messico, nel 1609, fu spostata pochi chilometri a sud, a Santa Fe. È in questa seducente e quieta città che due secoli dopo arrivò anche il cosiddetto Santa Fe Trail, la prima strada che partendo dalla costa est si dirigeva verso il lontano ovest e qui incontrava il Camino diretto a sud. Era il primo crocevia nel cuore dell’America.

Fonte: www.repubblica.it

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