Denver, come un film western

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La metropoli del Colorado riserva ancora angoli che sembrano un set cinematografico. Carrozze nell’area pedonale, camicie a scacchi e carne di bufalo. Con le Rockies sullo sfondo
Qui i cowboy li trovi ancora tra i necrologi, non archiviati nei libri di storia. Prendete Jack A. Weil, il fondatore del Rockmount Ranchwear, per esempio. Morto nel 2008 alla tenera età di centosette anni, sino all’ultimo non ha saltato un giorno di lavoro. Adesso a fare gli onori di casa c’è il sessantenne nipote Steve, camicia jeans e stivali texani, che ti accoglie con un "cosa posso fare per lei?" che non ha niente del retrogusto di plastica che gli ha poi conferito la stucchevole religione della customer care.

La metropoli del Colorado riserva ancora angoli che sembrano un set cinematografico. Carrozze nell’area pedonale, camicie a scacchi e carne di bufalo. Con le Rockies sullo sfondo
Qui i cowboy li trovi ancora tra i necrologi, non archiviati nei libri di storia. Prendete Jack A. Weil, il fondatore del Rockmount Ranchwear, per esempio. Morto nel 2008 alla tenera età di centosette anni, sino all’ultimo non ha saltato un giorno di lavoro. Adesso a fare gli onori di casa c’è il sessantenne nipote Steve, camicia jeans e stivali texani, che ti accoglie con un "cosa posso fare per lei?" che non ha niente del retrogusto di plastica che gli ha poi conferito la stucchevole religione della customer care.

È il negozio più famoso di Denver, il loro. Il più vicino alla sua anima western. "Quello che ha inventato le camicie con i bottoni automatici e i primi cravattini bolo in cuoio da mandriano prodotte in serie" come si legge in vari attestati ingialliti sulle pareti. Ci tiene a farti notare che le camicie a quadri da 75 dollari sono rigorosamente Made in America ("siamo tra gli ultimi a non arrenderci ai cinesi" dice, nel suo revival geopolitico di Little Big Horn) e questo spiega dettagli desueti come il buco nell’aletta del taschino dove infilare la penna senza doverlo aprire. Finezze per rancheros metropolitani. Nel descriverle si apprende che "sono avvitate per accentuare le forme ma anche per non rimanere impigliate ai rami quando si cavalca nella vegetazione. E se anche succedesse i bottoni a pressione hanno il vantaggio di aprirsi senza strappare il tessuto: vi immaginate un cowboy a cui piaccia cucire?".

Qui, tra gli altri, si sono riforniti i protagonisti di Brokeback Mountain ma a chiedere recensioni all’ortodosso titolare c’è il rischio che finisca a pistolettate. Tutto intorno si sviluppa il centro storico, la Lower Downtown Denver, LoDo secondo l’epidemia acronimica. Belle palazzine di mattoni a vista che sembrano appena uscite da un set di Sergio Leone. Targhe di bronzo che rievocano i tempi dei pionieri. Il primo locale sulla 15sima strada, si apprende, fu il Bon Ton Saloon dei fratelli Schultz Brothers, anno di grazia 1881. Nel 1954 due italoamericani, James C. Capillupo e Albert R. Rotola, vi aprono il Wazee Supper Club che qualche nipote gestisce ancora.
 
A qualche caseggiato di distanza riconoscerete l’America contemporanea delle riprese dall’alto delle produzioni hollywoodiane: acciaio e vetro, indistinguibili grattacieli. Ma anche qui il marchio del passato riaffiora (come sul Center of Performing Arts) attraverso lo sponsor più ubiquo: la Wells Fargo, quarta banca d’America, che iniziò la sua attività come servizio di spedizioni in diligenza per i cercatori d’oro. Gli assalti non ci sono più, ma le carrozze resistono. Potrete vederle acciottolare, verso sera, lungo il mall pedonale della 16sima strada, alternativa a pagamento dello shuttle gratuito che si ferma a ogni angolo. Oppure, un paio di strade sotto, su Larimer Square, un bel "blocco" di edifici vittoriani pieno di negozi e di vita.

L’eterno scontro pellirossa-visi pallidi va in scena anche nel quartiere dell’arte lungo Santa Fe Drive. In quella specie di grande hangar che è l’Artists on Santa Fe c’è un trionfo di sculture in legno e opere in ceramica che non avrebbero sfigurato neppure nella tenda di Toro Seduto. Se siete fortunati troverete anche i loro autori disposti a spiegarvele. Poche porte più in là, alla David B. Smith Gallery, l’atmosfera è decisamente più coeva.

Ma per la definitiva esperienza alla Buffalo Bill, che è nato in Iowa ma è morto qui settantenne nel 1917, l’indirizzo da non mancare è 1000 Osage street. Vi ha sede il Buckhorn Exchange che, orgogliosamente dal 1893, sfama locali e forestieri. Se vi fanno impressione gli animali impagliati non è il posto per voi. Se viceversa non vi fa né caldo né freddo affrontare, sotto lo sguardo vitreo di bufali, alci e altri animali appesi alle pareti, bistecche di bufalo, alce o altri tagli di bestioni che giacciono nel piatto, non potreste chiedere di meglio. Al tavolo accanto una coppia di francesi prova, come antipasto, il serpente a sonagli, marinato in peperone rosso messicano e lime (15 dollari e 75, ma le tariffe tengono conto anche del brivido antropologico). L’attesa – cospicua se non prenotate – trascorre piacevolmente nel salottino del bar al piano di sopra, che sembra un’armeria impolverata di fucili e vecchie spingarde.

È un viaggio nel tempo prima ancora che nello spazio quello che fa tappa in questa città. Nel suo sterminato canzoniere Frank Sinatra aveva citato le Rocky Mountains qui intorno, ironizzando sulla loro indistruttibilità: "In time the Rockies may crumble/Gibraltar may tumble/They’re only made of clay". Possono venir giù come tutte le cose fatte di argilla, ovvio. L’unica cosa che sembra non conoscere crolli qui è l’amore della gente di oggi per quella di ieri. Perciò scrutare la città attraverso il binocolo della sua storia rusticana, alla fine, è il miglior modo di passarla al microscopio.

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