Cosa vedere in Etiopia: viaggio in un paese dove sentirsi subito a casa

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Visitare l’Etiopia significa vivere un’esperienza di viaggio a tutto tondo, capace di far sentire subito a casa. Più che parlare di cosa vedere, bisognerebbe raccontare come vivere questo viaggio, in particolare quando ci si sposta da soli. Ed è esattamente ciò che fa il nostro autore Piero Pasini.

Fasil Ghebbi a Gondar, Etiopia ©mtcurado/Getty Images

L’impatto è potente. Quello che mi investe appena sceso dall’aereo è un muro d’aria e luce, che contiene dentro di sé tutte le promesse dell’Africa. Emergono di colpo le suggestioni e le aspettative create da anni di letture e di sogni a occhi aperti, davanti a un atlante. Poi succede qualcosa di inaspettato: inizio a riflettere, automaticamente, su quello strano concetto che sono le radici. Di certo sono nel posto giusto, come mi suggerisce il ragazzo che mi aiuta nel caos indecifrabile del parcheggio dell’aeroporto: “Bentornato a casa”, mi dice. Già, perché l’Etiopia, in un certo senso, è la casa di tutti.

Addis Abeba al tramonto ©Jakob Polacsek/Getty Images

Addis Abeba

Questo sentirsi a casa è uno dei tratti che più restano sulla pelle di un viaggio in Etiopia, e sono le persone, le situazioni a renderlo possibile, a partire da Addis Abeba. L’inestricabile confusione della megalopoli regala sorrisi e momenti di promiscua umanità:

• Nel mercato, il più grande dell’Africa, dove si può trovare letteralmente tutto, mentre si assiste a scene bibliche al cospetto di cumuli di merce alti decine di metri;

• Nei ristoranti di questa città buongustaia, dove si serve una cucina fra le migliori del paese e decisamente uno dei caffè migliori del mondo;

• Al Museo Nazionale, dove Lucy, fino a pochi decenni fa il più antico scheletro ominide mai rinvenuto, accetta rassegnata di farsi guardare da tutti quelli che passano, come se avesse capito quanto è importante il suo ruolo per l’umanità: far presente che siamo tutti figli suoi.

I consigli dell’autore

Al Mercato di Addis Ababa può succedere che qualcuno vi sputi ‘accidentalmente’. Non fatevi prendere dal panico ma, non abbassate il livello di attenzione. Mentre si prodiga in scuse, cercando di rimediare, tenterà di ripulirvi… del portafogli.

Axum , Etiopia © Piero Pasini / Lonely Planet Italia

Axum: l’Arca dell’Alleanza

Le Tavole della Legge sono la reliquia delle reliquie e la Bibbia le vuole custodite nell’Arca dell’Alleanza. La mitica Arca si dice si trovi ad Axum dal X secolo a.C., portata da Menelik I, capo-stipite della dinastia Salomonica che ha regnato sull’Etiopia per secoli. Dovrebbe essere custodita in una cappella dalla cupola verde acqua, alla quale fa da guardia un vecchio sacerdote con il cappello giallo (nella tradizione ortodossa il colore della tentazione). Ma la forza evocativa di Axum, un centro vivo e affollato nell’estremo nord del paese, con piccoli ristoranti che espongono la carne all’aria aperta e l’immancabile signora che prepara il caffè, si ritrova nel cosiddetto palazzo della Regina di Saba, mitica madre di Menelik, e nel Parco delle Steli.

Queste rovine di età incerta (fra il I e il IV secolo), che ricordano così vividamente gli obelischi egiziani, sembrano fatte apposta per segnare il passaggio dall’età antica a quella cristiana, trovandosi appunto in uno fra i luoghi più sacri di tutta la cristianità copta. Non appena scende la sera, la via principale della città, che collega la zona della cappella dell’Arca con il Parco delle Steli, diventa un brulicare di pellegrini vestiti di bianco, intenti ad acquistare quelli che sono considerati i migliori scialli d’Etiopia.

I consigli dell’autore

Gruppi di bambini, a volte, solo curiosi, vi accoglieranno all’arrivo nei luoghi o in partenza da essi. Se volete essere generosi fatelo, ma mai dalla macchina o dal mezzo sul quale siete. Un dono dai finestrini li indurrà a corrervi dietro una volta partiti, con il serio rischio che qualcuno finisca sotto le ruote.

Lalibela © Piero Pasini / Lonely Planet Italia

Lalibela

Lalibela c’è ma non si vede, vien da pensare, mentre si sobbalza in un tuk tuk sgangherato quando il cielo al tramonto diventa una tavolozza psichedelica. Forse è anche questo che ne aumenta il fascino. Le undici chiese che caratterizzano la cosiddetta Gerusalemme d’Etiopia sono, infatti, scavate sottoterra, cesellate quasi, da blocchi unici di pietra. Per visitarle bisogna in qualche modo scendere in un percorso iniziatico, spalla a spalla con i pellegrini, che in cunicoli bui camminano sostenendo di sentirvi la presenza di Dio.

Che le splendide chiese di Lalibela siano state costruite con l’aiuto degli angeli, come credono profondamente i pellegrini che vi si recano, è una suggestione nella quale è facile cadere, soprattutto quando si arriva in vista di San Giorgio. Pare quasi un oggetto alieno, impossibile, un monolito di Kubrick, solo molto più spettacolare. Ma le chiese di Lalibela sono tutte belle e sono tutte diverse, scolpite, dipinte, ‘divine’ se vogliamo, ma piene di umanità.

I consigli dell’autore

Soprattutto nel caos del pellegrinaggio natalizio o dell’epifania, sappiate che un tuk tuk (che costa molto poco) non fa solo da taxi. Ma vi può aspettare in ogni luogo oppure lasciarvi per poi riprendervi più avanti.

Castello di Ghebbi, Gondar © Piero Pasini / Lonely Planet Italia

Gondar

Il motivo per cui Gondar non dovrebbe essere chiamata la Camelot d’Etiopia, come è uso comune, è che Gondar esiste e Camelot no (anche se Camelot è uno dei luoghi che non esistono ma dovrebbero). Oltretutto, a Gondar la realtà supera senza fatica la fantasia. Si trova 360 chilometri a ovest di Lalibela, dopo un’ottima strada costruita dai cinesi negli anni ’80, dalla quale ammirare paesaggi corrugati e infiniti. Quando si entra nel Castello di Ghebbi, costruito nel XVII secolo, già si è disorientati dalle fogge mai viste, uniche, di questi edifici, che pure evocano in qualche modo forme conosciute. Lo straniamento diventa definitivo varcato l’ingresso, quando sulla destra si riconosce il simbolo del Taj Mahal scolpito su un muro. Non è veramente chiaro a nessuno chi abbia costruito questi castelli, ma certo fu dopo che l’Etiopia, in seguito a secoli di isolamento, entrò in contatto con missionari portoghesi. Furono loro a portare maestranze dall’Arabia e dall’India?

Non è chiaro da dove venissero gli operai di Gondar, ma è chiaro che la spiritualità etiope non finisce di coinvolgere e stupire, mentre si osservano le decine di cherubini neri dipinti sul soffitto della chiesa di Debre Birhan Selassie, probabilmente la più bella di tutta l’Africa, o si partecipa attoniti al Timkat, l’epifania copta che cade il 19 gennaio. Si celebra ovunque nel paese, ma assistervi qui, quando centinaia di pellegrini si immergono, come per un rinnovo del battesimo, nella piscina dei Bagni di Fasilidas, è un’emozione di una forza inarrestabile. Mentre gli occhi si ubriacano dei mille colori dei drappi che coprono le Tavole della Legge, che per l’occasione escono dalle tante Arche dell’Alleanza del paese, si viene sballottati dal movimento unisono di un’umanità straripante. Non resta che abbandonarsi a un flusso che pare la cosa più naturale del mondo (a meno di non essere claustrofobici).

I consigli dell’autore

Ricordate di idratarvi molto, perché l’altitudine secca molto l’aria. L’altitudine non è da sottovalutare anche quando passeggiate, perché non sembra, ma la fatica colpisce prima. Ricordatevi delle virtù nutritive dell’orzo tostato che si vende ad ogni angolo.

Lago di Tana, Etiopia © Piero Pasini / Lonely Planet Italia

Bahirdar e il Lago di Tana

È un gioco di scatole cinesi quello della spiritualità etiope. Le Tavole della Legge stanno nell’Arca, l’Arca nel Sancta Sanctorum e questo in una chiesa, che a sua volta è fatta di tre ambienti concentrici e quando non è infossata in una buca nel terreno, come a Lalibela, è nel fitto di una giungla che cresce su un’isola, nel mezzo di un grande lago, come avviene sul Lago di Tana. Bisogna prendere una barchetta (contrattando il prezzo) a Bahirdar, un grosso centro a sud del lago, pieno di caos, vita, locali notturni dove le danze, quasi tribali, non si fermano mai, per raggiungere le chiese e i monasteri nelle isole. Accompagnati dai pellicani, dopo un sentiero nel fitto della boscaglia, si raggiungono questi edifici rotondi, dal tetto di paglia, all’apparenza senza arte né parte. Ma poi se ne varca l’ingresso e il verde scuro della giungla diventa un’esplosione di colori, come se un gallo avesse sparso le sue piume sui muri, descrivendo però scene tratte dai vangeli, molte delle quali inedite per un visitatore occidentale, perché prese dai vangeli apocrifi. Sembrano quasi fiabe quelle descritte dai dipinti, così come il viaggio in questi luoghi, dai quali si ritorna con ricordi che assomigliano ai sogni.

I consigli dell’autore

Può fare una gran voglia, ma bagnarsi in questo lago significa esporsi a rischi importanti per la sicurezza e la salute, evitate.

Pellegrini a Lalibela © Piero Pasini / Lonely Planet Italia

Quando andare in Etiopia

Non c’è un buon momento per visitare l’Etiopia. Perché il periodo migliore per viaggiare in questo paese è sempre, durante tutto l’anno. Ad Addis Abeba, le temperature sono di 20°C costantemente, da gennaio a dicembre. Forse anche per questo in Etiopia ci si sente sempre a casa. Solo tra giugno e luglio le piogge possono rivelarsi intense ma sono proprio le piccole imperfezioni a farti sentire a tuo agio in un posto, a fartelo sentire più tuo, no?

Cosa mangiare in Etiopia

Si è detto che ad Addis Abeba si può mangiare una delle migliori cucine dell’Etiopia. Una cucina unica, diversa da qualunque altra nel continente africano. Fatta di injera (una sorta di piadina porosa sulla quale può stare di tutto, dalla carne stufata al curry di verdure), di kitfo (carne di manzo macinata e preparata con burro, mitmita e timo), di tere sega (che può essere considerata come la tartare etiope). Ma è meglio non avere alcuna reticenza a mangiare con le mani.

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