Cinquanta vacanze orrende

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Di norma, giunti alla seconda metà di maggio, non pochi italiani hanno un motivo d’ansia in più, oltre all’approssimarsi degli obblighi fiscali. È tempo infatti di risolvere il problema costituito da quell’altro obbligo che sono diventate le vacanze, qualora non si sia già provveduto a darsi da fare con largo anticipo nei mesi precedenti. Sbiadito il mito del low-cost (complici le tasse aeroportuali e i costi di trasferimento da e per scali molto spesso fuorimano e i vari extra contemplati dai contratti), bisogna in ogni caso fare i conti col carovita, e regolarsi di conseguenza.


 

Di norma, giunti alla seconda metà di maggio, non pochi italiani hanno un motivo d’ansia in più, oltre all’approssimarsi degli obblighi fiscali. È tempo infatti di risolvere il problema costituito da quell’altro obbligo che sono diventate le vacanze, qualora non si sia già provveduto a darsi da fare con largo anticipo nei mesi precedenti. Sbiadito il mito del low-cost (complici le tasse aeroportuali e i costi di trasferimento da e per scali molto spesso fuorimano e i vari extra contemplati dai contratti), bisogna in ogni caso fare i conti col carovita, e regolarsi di conseguenza.

Perché sarà anche vero che grazie al dollaro debole non è mai stato così conveniente andare negli Stati Uniti, ma è altrettanto vero che qui da noi bisogna superare indenni la quarta settimana ragionando in euro. Ecco allora il recentissimo ricorso al mutuo balneare, così da potersi permettere quelle due settimane d’abbronzatura che un tempo non implicavano troppi rischi di melanoma e venivano garantite dal normale stipendio. Ma come evitare lo stress, le malattie, la noia, i pericoli e naturalmente le fregature non di rado in agguato tra i pixel dei siti specializzati e le foto a colori di tanti dépliant più o meno patinati? Alcuni si leggono da cima a fondo certe guide ricche di terrorizzanti informazioni pratiche, e rinunciano a priori alla partenza.

Altri chiedono lumi ad amici e conoscenti, che è più o meno quello che ha fatto Dan Kieran, autore di «Cinquanta vacanze orrende» (sottotitolo: Storie di viaggi infernali), appena uscito in Italia per Einaudi. Mister Kieran, già autore di «Cento lavori orrendi», pesca a piene mani dalle disavventure di decine di nostri simili, provvisti però di passaporto britannico. E dunque prende in esame, fra le altre, mete che solo un suddito di Sua Maestà potrebbe includere fra quelle degne di ospitare un essere umano bisognoso di vacanze: vedi l’isola di Guernsey sulla Manica, a un’ora dall’aeroporto di Southampton, o un posto come Blackpool. Ma in quanti inglesi ci siamo imbattuti, nei nostri viaggi in giro per un mondo sempre più piccolo all’epoca del turismo di massa? Per esempio a Cuba: «Venne fuori che come al solito la brochure ci aveva ingannato», racconta un tipo di nome Chad, «e che ci trovavamo a chilometri di distanza dall’Avana. L’hotel aveva una spiaggia privata, con una recinzione sorvegliata da guardie armate che impedivano l’accesso agli abitanti del luogo». Un certo Kev invece non tornerà mai più a Ibiza: «Tutti sognano di andarci, ma è ora di ridimensionarla drasticamente. Ho passato lì una vacanza talmente schifosa che alla fine avrei preferito un campo profughi». Giudizio drastico ma comprensibile, se si pensa al tentativo di stupro subìto dalla fidanzata. Will, arrivato a Los Angeles, si precipita a noleggiare un’auto: «Hai una pistola nel cruscotto?», gli chiede un tizio dell’agenzia. Lui scuote la testa, e allora l’altro gli dà un consiglio: «Procuratene una». Segue il resoconto dell’involontaria gita nel ghetto di Compton, dove può succedere di finire se ci si perde nella Città degli Angeli. Un tizio di nome Rik sconsiglia vivamente Las Vegas: «La capitale del divertimento, se per divertimento si intende andare agli spettacoli penosi di tutte le vecchie glorie del mondo». Una ragazza, Claire, mette in guardia chi mediti di investire i propri risparmi in un viaggio fino alle Hawaii: «Le brochure patinate mentono.

Scordatevi le palme che si muovono al vento e la dolce brezza del Pacifico. Immaginatevi invece un groviglio di edifici in cemento armato, tutti hotel, e il costante rumore del traffico». Amelia si prende un’intossicazione alimentare a Goa e torna dall’India magra come un chiodo a causa della dissenteria. Will rimpiange di aver scelto come destinazione Israele e l’Egitto a cominciare dall’interrogatorio di 45 minuti che deve subire al check-in dell’El Al. Elliot scopre, dopo essersi rotto una rotula in Malesia, che l’assicurazione non copre subito le spese per le cure mediche: bisogna pagare di tasca propria e poi chiedere il rimborso. Il Bel Paese ne esce bene solo perché trascurato, a parte il resoconto di un viaggio in pullman tra Firenze, Roma e Capri. Ma chiunque abbia scelto di trascorrere le vacanze entro i confini nazionali sa che da noi il materiale per testimonianze a metà tra l’horror e Fantozzi non mancherebbe. Per dire: l’estate scorsa, a Venezia, un mio amico voleva concedersi un caffè in piazza San Marco senza dover pagare il classico sovrapprezzo per la musica all’aperto, e una volta scelto uno degli storici locali ai piedi del campanile di San Marco è andato a sedersi in una delle sale all’interno. Poi, al momento del conto, ecco la sorpresa: «Perché con le finestre aperte la musica si sente anche dentro», gli ha spiegato la cassiera.

Comunque: tra una disavventura e l’altra, l’autore segnala «Le cinque vacanze più pericolose al mondo» (al primo posto c’è la scalata al monte Everest), oppure «Le cinque vacanze più dannose per l’ambiente al mondo» (in cima alla lista, qualsiasi viaggio comporti l’uso dell’aereo: perché ciascun passeggero su un volo da Londra alla Florida è responsabile di un inquinamento atmosferico pari a quello dei gas emessi da un’automobile in funzione per un anno). E sottolinea: «Le agenzie di viaggio sostengono che le vacanze estive siano il perfetto antidoto allo stress e alle tensioni della vita quotidiana. Ma quello che le pubblicità e le brochure non dicono è che quando torniamo a casa dalle nostre due settimane sotto il sole, molto spesso abbiamo bisogno di una vacanza più di quando siamo partiti». Già. Quante volte l’abbiamo pensato anche noi?

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Fonte: www.lastampa.it

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