Ciclismo: 12 vette da scalare

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Tempo ancora buono, meno turisti, strade aperte. Per i duri e puri delle due ruote, il momento ideale per provare le vie di montagna più famose. Dallo Stelvio al Tourmalet, dal Pordoi al Turini, 12 scelte.

Pedalare sui passi di montagna. Pedalare dove, tra giugno e luglio, i migliori ciclisti professionisti si sfidano nel Giro d’Italia e nel Tour de France. Luoghi mitici, luoghi che hanno visto imprese sportive eccezionali, sotto il sole, con la pioggia e addirittura con la neve. Qui, grandi campioni del ciclismo sono emersi o si sono affermati. Da Gino Bartali a Marco Pantani, da Fausto Coppi a Alberto Contador. E ripercorrere le loro gesta non è impossibile, ma certamente tanto faticoso.

Tempo ancora buono, meno turisti, strade aperte. Per i duri e puri delle due ruote, il momento ideale per provare le vie di montagna più famose. Dallo Stelvio al Tourmalet, dal Pordoi al Turini, 12 scelte.

Pedalare sui passi di montagna. Pedalare dove, tra giugno e luglio, i migliori ciclisti professionisti si sfidano nel Giro d’Italia e nel Tour de France. Luoghi mitici, luoghi che hanno visto imprese sportive eccezionali, sotto il sole, con la pioggia e addirittura con la neve. Qui, grandi campioni del ciclismo sono emersi o si sono affermati. Da Gino Bartali a Marco Pantani, da Fausto Coppi a Alberto Contador. E ripercorrere le loro gesta non è impossibile, ma certamente tanto faticoso.

Dai boschi alla roccia Tourmalet. Tra le salite leggendarie francesi, una tra le più famose è certamente quella che conduce al Col du Tourmalet, ad oltre 2100 metri d’altitudine, sui Pirenei. È senza dubbio un percorso molto impegnativo a causa delle pendenze elevatissime, soprattutto nell’ultima parte del tracciato ma la fatica è certamente ripagata da un paesaggio mozzafiato. Si parte da Sante Marie-de-Campan verso sud-ovest. Da qui si lascia la strada che segue la valle dell’Adour fino ad un altro passo celebre, il Col d’Aspin (1489m). Si sale con pendenza moderata nella valle Adour de Gripp fino al villaggio di Gripp. Poco prima del paese si costeggia una chiesetta di montagna, la Cappella di Saint-Michel dove ci si può fermare per ammirarla. Fino a qui il percorso è abbastanza dolce e non ci sono strappi importanti. Solo dopo aver raggiunto il laghetto di Artigues con la sua acqua blu cobalto, la salita si fa importante lungo una striscia d’asfalto che taglia in due un bosco nella stretta valle disegnata dal torrente Garet. Qui, a quota 1300 metri ci si può fermare, lasciare la bicicletta e salire in cima al monte con una teleferica. Il percorso ciclistico prosegue con pendenze sempre più ripide. A 1.800 metri si raggiunge la stazione sciistica di La Mongie per poi proseguire verso il passo tra pascoli e lingue di neve. Una statua di un ciclista stremato che pedala verso la cima – posta al lato della strada – segna il raggiungimento del passo dopo circa 18 km di percorso. In cima c’è un bar ristorante dove rifocillarsi e ammirare il paesaggio. Chi vuole può anche soggiornare a poche centinaia di metri dal passo, presso il Residence Le Pic du Midi.
 
Il Galibier, sulle orme di Pantani. Altra tappa quasi obbligata del Tour de France è il Galiber. Non lontano dalla città di Grenoble, è la nona strada più alta delle Alpi che collega Saint-Michel-de-Maurienne e Briançon passando per il Col du Télégraphe e per il Col du Lautaret. Il Galibier fa pienamente parte della storia del Tour. Anzi, non esiste il Tour senza il Galibier, tappa quasi fissa dal 1911. Il primo ciclista ad aver raggiunto il passo è stato Emile Georget. Presso l’ingresso sud del tunnel, si trova la statua di Henri Desgrange, il fondatore e direttore del primo Tour, mentre sull’asfalto per quasi tutto l’anno rimangono le scritte dei tifosi: biciclette stilizzate, incitamenti e forconi del diavolo. Proprio qui Marco Pantani ha suggellato il suo successo al Tour nel 1998 sotto una pioggia gelata e nevischio. Il percorso inizia a Saint Michel de Maurienne. Il primo tratto – di ben 35 km e con un dislivello impegnativo di 2mila metri – fino al passo include anche la salita sul Col du Télégraphe. Da qui, una discesa di poco meno di 5 km porta fino a Valloire, da dove la strada riprende a salire verso il passo del Galibier con pendenze che superano anche l’8%. A Valloire, tra le rocce e la rada vegetazione, ci si può rifocillare in una capanna denominata La Ferme du Galiber, dove si possono acquistare anche una certa varietà di formaggi. Di energie ne servono molte. L’ascesa, infatti, richiede molta tecnica e capacità di gestione delle proprie forze. Bisogna saper conservare le forze sul Col du Télégraphe, per averne a sufficienza per affrontare l’ultimo micidiale tratto in un paesaggio quasi desolato.

L’Alpe d’Huez, la cronometro. A pochi chilometri dal Galibier, c’è un’altra salita mitica per i ciclisti, "La salita" per eccellenza: l’Alpe d’Huez. Ben 21 tornanti, ognuno consacrato ad un campione del ciclismo. Qui il record sul tempo di salita è tutt’ora di Marco Pantani (1997). L’ascesa ha un dislivello di mille metri e una lunghezza di 14 km. Dopo aver preso la statale in direzione Briançon, si svolta a sinistra per Sarennes, da dove ha inizio ufficialmente la salita. Uno striscione indica la "partenza" e, per i maniaci del "tempo", c’è anche un sistema di cronometraggio con tanto di rilascio di attestato offerto dall’ufficio turistico. La salita diventa subito brutale. Ogni tornante è intitolato ai campioni che si sono distinti sull’Alpe, ad iniziare dai più vecchi come Fausto Coppi che vinse la tappa nel 1952. Anche qui la tecnica è tutto. Le iniziali pendenze dell’11% impongono un ritmo lento. Chi esagera in basso si bloccherà più in alto. Solo dopo il 17° tornante (la numerazione è decrescente) si può respirare per un po’. Poi le pendenze tornano ad essere pesanti (7-11%). Al tornante 7, quello dedicato a Gianni Bugno, c’è la chiesetta di Saint Ferréol. Qui ci si può rifornire di acqua per proseguire verso la cima che inizia a far capolino tra un tornante e l’altro. Nella località sciistica dove c’è l’arrivo della tappa è possibile soggiornare presso l’albergo Hôtel Les Alpages. Dopo l’impresa è il momento del riposo.

Mont Ventoux, tra sole e mistral. Altra località di imprese ciclistiche che rimarranno nella storia delle due ruote è certamente il Mont Ventoux, nella Provenza settentrionale. Sono tre le strade che conducono al passo del Mont Ventoux. Quella da sud è sicuramente la più nota, anche grazie al Tour de France. Si tratta di uno dei tracciati d’ascesa tra i più affascinanti e certamente tra i più antichi. Questo serpente d’asfalto, costruito nel 1882, parte dal villaggio di Bedoin per raggiungere, dopo 21,5 km, la sommità del Ventoux a poco più di 1900 metri. Il percorso inizia da Bedoin tra i vigneti e piccoli villaggi come Baux, Sainte Colombe e les Bruns. Arrivati al "virage" di Saint Esteve, inizia la vera salita. Fino al bivio per Chalet Reynard la pendenza si aggira intorno 9% per un tratto complessivo di quasi 10 km. I vigneti lasciano spazio al bosco di faggi, pini e cedri. Questo tratto richiede tecnica e concentrazione perché vanno gestite al meglio le energie. Da Chalet Reynard inizia l’ultimo tratto. Gli alberi del bosco spariscono, mentre tutto intorno si trasforma in aride pietraie. Una delle caratteristiche dell’ascesa del Ventoux usciti dal bosco è il forte vento. Tra i tornanti si scorge l’arrivo rappresentato dalla torre-osservatorio. A poche centinaia di metri dal passo c’è una stele realizzata nel luogo dove morì l’inglese Tom Simpson nel 1967 durante la tappa del Tour. Segue un rettilineo con una pendenza del 10% e poi l’ultimo tornante. Da qui si può ammirare un paesaggio maestoso: da un lato le alte Alpi, dall’altro la Provenza con le sue dolci colline.

Turini, non solo rally. Più noto forse per i rally automobilistici che come tappa del Tour de France, il Col de Turini rimane comunque una delle ascese più dure ed emozionanti per gli amanti dei pedali. Qui il Tour è passato solamente tre volte ma il percorso si presta a faticose quanto entusiasmanti pedalate, su una strada zeppa di curve, non ripidissima, e soprattutto poco trafficata. Nei pressi del confine con l’Italia, il Col de Turini domina il retroterra mentonasco. L’ascesa più affascinante è quella che parte dalla cittadina di Sospello, nodo di comunicazione nella valle della Bevera. Il percorso inizia seguendo la strada che conduce a Nizza per lasciarla quasi immediatamente per seguire il primo tornante svoltando a destra. Dopo aver percorso il breve sottopassaggio della ferrovia, si prosegue su un falso piano con una leggera pendenza fino alle gole del Piaon dove la strada e il paesaggio si stringono e la salita diventa "vera". Seguono sei tornanti fino ad aggirare un costone di roccia. Da qui ne seguono altri quattro fino al Santuario di Notre Dame de la Menour dove consigliamo di fermarsi per una visita. Il santuario è raggiungibile con una scala ed un ponte ad arcate che supera la strada e da dove si può godere di una vista imparagonabile. Tornando in sella, si prosegue per una leggera salita di 3,5 km fino al villaggio di Moulinet. Usciti dal paese, la salita diventa molto impegnativa in un percorso che scivola in una valle stretta e ricca di boschi. È arrivato il momento della salita conclusiva che inizia con otto rapidi tornanti. Un attimo di riposo e si prosegue, dopo una stretta valle, sugli ultimi quattro tornanti. Sono vari i punti di ristoro in cima, ad iniziare da Les Lamas du Miradou e l’Hotel Les Chamois.

Il Pordoi, la "salita" del Giro. In Italia, la "salita" per eccellenza è certamente il Pordoi. Questa salita è legata alle gesta di Bartali e Coppi, quando lo stesso percorso era molto più impervio. Un monumento sul passo ricorda la vittoria di tappa di Coppi nel 1949 con l’arrivo a Bolzano. Da qualunque lato lo si salga, il Pordoi non è una salita da arrampicatori, semmai da passisti. Ci vuole potenza ma non ci sono mai strappi seri. L’ascesa è complessivamente abbastanza dolce. Tuttavia, è un percorso solo apparentemente facile e nasconde insidie soprattutto metereologiche man mano che si sale in alto. Lo si può salire da Canazei (percorso più lungo, regolare e facile), oppure dal versante di Arabba. Pur essendo due percorsi dalla bellezza spettacolare, consigliamo quello che sale da Arabba che è sempre aperto per godere al meglio del paesaggio e faticare un po’ di più. Si tratta di 33 tornanti con una pendenza media del 6,8% per una distanza complessiva di quasi 10 km. L’ascesa da Arabba inizia proprio all’altezza della minuscola chiesetta, che al tempo di Coppi e Bartali era ai margini del paese. Inizia subito una salita con il 10% di pendenza. I primi chilometri sono quelli più difficili con lunghi tratti di rettilineo alternati con tornanti stretti e ravvicinati che spezzano il ritmo della pedalata. Vento e caldo possono aumentare le difficoltà, visto che la salita non presenta alcun tratto in ombra. Prima di affrontare il tornante 15 l’itinerario diviene pianeggiante in vista del torrente Cordevole. Superato il ponte ha inizio la seconda e ultima parte della salita senza le difficoltà tecniche della prima. Da qui si inizia a godere di un paesaggio senza eguali. Si possono ammirare finalmente le Dolomiti con il loro tipico colore rosa e un paesaggio che cambia con il mutare delle condizioni meteo. A causa della massiccia presenza di turisti, sul percorso, soprattutto nel periodo estivo, si possono incontrare molte auto e bus. Meglio affrontare la salita alle prime ore del mattino per godere del silenzio della montagna. In cima ci si può rifocillare e addirittura riposare presso l’albergo Savoia, tipica costruzione di montagna della fine dell’800.

Lo Stelvio, dove si allenano i campioni. Altra località molto amata dai ciclisti professionisti e anche da quelli amatoriali è certamente il Passo dello Stelvio, luogo ideale dove poter svolgere attività d’allenamento e ossigenazione oltre che per magnifiche pedalate. Per questo, gli appassionati di ciclismo spesso qui incontrano i campioni italiani e internazionali che si allenano in vista del Giro o del Tour. Il passo può essere raggiunto sia dall’Alto Adige che dal versante lombardo. Partendo da Prato allo Stelvio, dal versante atesino, si sale per circa 25 km (un dislivello di 1800 metri) con pendenze che crescono all’aumentare dell’altitudine fino all’11% negli ultimi chilometri. La prima parte della salita verso il Passo dello Stelvio è relativamente facile. Ma, quando inizia la serie dei 48 tornanti, la pendenza cresce al 9%. La parte iniziale è la più pedalabile (i primi 8 km), con pendenze intorno al 5%. Poi iniziano i 48 tornanti con pendenze medie intorno all’8-9%. Il dislivello complessivo supera i 1800 m. La pendenza media è del 7,4%, quella massima è dell’11%. Dalla Lombardia, invece, l’ascesa inizia da Bormio per quasi 22 km, poco meno dell’itinerario dal fronte tirolese. Si inizia con una serie di salite di pendenza media per 15 km fino a Pian di Grembo. Qui si riprende fiato per circa un chilometro, senza strappi e con pendenze dolci. Un breve tratto di "riposo" per affrontare l’ultima salita. Gli ultimi 2-3 km, i più duri, si attestano intorno all’8% di pendenza. Da Bormio, fino al 14 settembre ogni giovedì, venerdì e sabato, la società Pirovano Stelvio organizza ascese sullo Stelvio con accompagnatore e auto di supporto come per i ciclisti professionisti. È possibile anche soggiornare presso la struttura alberghiera della stessa società.

Senza dimenticare il Gavia. Non lontano dal Passo dello Stelvio c’è il Gavia, altra salita "mitica" delle Alpi lombarde. Legato al Giro d’Italia, è un percorso impegnativo sotto il profilo fisico con una pendenza media del 7%. Ma non lasciatevi ingannare: un tratto lungo mezzo chilometro raggiunge la pendenza del 14%, mentre il gran finale riserva alcuni strappi del 10%, appena usciti dalla galleria. La galleria è buia e in salita. Qui si perdono facilmente i punti di riferimento ed è bene dotarsi di illuminazione propria e di procedere con massima attenzione. Il percorso, che parte da Ponte di Legno, è un classico delle salite in montagna. Nella parte bassa la strada si snoda tra i boschi e si può godere di vari punti in ombra. Poi, salendo in quota, rimangono i pascoli che ben presto lasciano spazio a rocce, laghetti e lingue di neve. Tra i laghi che vengono sfiorati dall’itinerario ricordiamo il lago Nero e il lago Bianco; quest’ultimo viene costeggiato dalla strada verso il passo circa un chilometro dopo l’uscita dalla galleria. In cima la vista può spaziare a 360° e si può godere un bellissimo panorama sull’imponente Ortles, il Gran Zebrù, il Cevedale, il Tresero, il San Matteo e il Gruppo Adamello. Chi vuole superare il passo, lungo la discesa verso Santa Caterina Valfurva c’è l’hotel Thurwieser, meta rinomata tra i ciclisti appassionati di scalate in montagna.

Benina, tra Svizzera e Italia. Sempre in Lombardia, tra Sondrio e Bormio, c’è un’altra salita che l’Italia condivide con la Svizzera. È la Bernina. Si tratta di un itinerario di 38 km di salita, gran parte dei quali in territorio elvetico. Anche questo come gli altri è un percorso impegnativo, ma è percorribile anche da chi non abbia un allenamento perfetto. Una delle peculiarità di questa ascesa è il paesaggio incontaminato – soprattutto sul lato svizzero – che fa da cornice alla pedalata. Si passa per una vallata solcata da un torrente, mentre intorno le alte cime disegnano l’orizzonte. L’itinerario inizia da Madonna di Tirano. Da qui, senza troppe difficoltà si raggiunge Tirano, ultimo paese prima della dogana. È probabile che si venga fermati dalla gendarmeria di frontiera per il controllo dei documenti. Superata la barriera si prosegue ancora su dolci salite che non superano mai il 5% di pendenza. Dopo pochi chilometri si raggiunge il lago di Poschiavo. Un tratto pianeggiante conduce all’omonima graziosa cittadina. Da qui inizia la salita vera. La sua caratteristica è l’omogeneità della pendenza senza strappi e senza punti pianeggianti. Salendo di quota, si esce dal bosco per ritrovarsi tra i pascoli. Iniziano, così, i tornanti che conducono al passo. In cima il paesaggio è veramente suggestivo e si possono scorgere i vari laghetti più in basso. Chi vuole può legare l’ascesa del Bernina ad un viaggio sul Bernina Express, il treno dei ghiacciai, che può regalare ancora altri paesaggi mozzafiato.

Lavaredo, sofferenza pura. Una sfida contro la forza di gravità è certamente l’ascesa di Lavaredo che rievoca storie di sudore e fatica, di imprese temerarie, di vittorie e anche di sconfitte. Si tratta di una salita breve (quasi 5 km), ma con pendenze molto elevate. Uno sforzo fisico notevole che viene ripagato una volta raggiunto il passo. La vera salita – tra le più difficili nel panorama internazionale – inizia al casello della strada privata che conduce in cima (ma le biciclette sono esentate dal pedaggio). La strada collega il lago di Misurina con il rifugio Auronzo. Il dislivello complessivo è di 473 metri con una pendenza media superiore al 10%. Appena lasciato alle spalle il lago di Misurina, inizia un tratto con pendenze molto elevate, che in alcuni tratti sfiorano il 18%. Dopo questo tratto, inizia la parte pianeggiante o in leggera discesa fino al casello e al ponte subito dopo. Da qui è sofferenza pura. Nessun punto dove rifiatare: la pendenza media è del 12% con rampe che raggiungono anche il 19%. Il percorso, soprattutto nell’ultimo tratto, è un insieme di rettilinei scoscesi, interrotti in alcuni punti da qualche tornante. Anche in questa ascesa si passa da un paesaggio boscoso, ai prati fino a grandi ghiaioni e speroni di roccia, senza la possibilità di trovare refrigerio sotto l’ombra. In cima si può godere del panorama mozzafiato delle Tre Cime di Lavaredo che incombono come giganti tra il cielo blu cobalto. Guardando in basso si può ripercorrere con gli occhi gran parte del percorso: una vera e propria impresa.

Forlì-Faenza, in giro sugli appennini. Altra tappa di montagna del Giro d’Italia sulla quale ci si può cimentare è certamente la Forlì-Faenza. Meno noto rispetto ai tratti alpini, è comunque un itinerario divertente, faticoso e affascinante. Si tratta di un percorso lungo e difficile, con vari saliscendi sull’Appennino. Da Faenza si imbocca un breve tratto della via Emilia fino all’indicazione Villagrappa. Si iniziano a percorrere una serie di piccole stradine di campagna lontane dal traffico delle auto. Da qui un leggero falsopiano porta direttamente a Castrocaro Terme, sfiorando Forlì. Superata Dovadola verso Modigliana, al di là del ponte inizia la vera salita: iniziano ben sei chilometri con pendenze del 10-11%. Successivamente un punto pianeggiante permette di recuperare prima di superare un chilometro e mezzo di salita vertiginosa con una pendenza media del 12%. Modigliana è sotto, sulla destra. La discesa è ripida come la salita. Si percorrono 3 chilometri senza accorgersene, si entra nel paese scorrendo sul pavé e si prosegue verso Brisighella. Insomma un lungo tratto dove rifiatare anche se le salite non sono affatto terminate. Dopo quest’ultimo paese si prosegue verso il Monte Casale, un’ascesa con il 10% di pendenza e con uno strappo finale molto impegnativo. In cima si domina la piana romagnola. La discesa prosegue verso il golf club La Torre per poi giungere in scioltezza a Riolo Terme. Da qui si ritorna alla via Emilia che conduce nuovamente a Faenza.

Norvegia da scalare, il Trollstigen. Per chi invece vuole coniugare imponenti salite ad un paesaggio esotico, consigliamo di imbarcare la bici sull’aereo e volare in Norvegia. Qui uno degli itinerari più suggestivi è certamente la strada panoramica del Trollstigen, aperta da metà maggio a metà ottobre. Questo percorso si snoda fra strette pareti di roccia e oltrepassa alcune cascate. Si tratta di una testimonianza di magnifica ingegneria civile, realizzata con materiali molto semplici durante gli anni Trenta e capace di impressionare ancora molti viaggiatori, 70 anni dopo la sua ultimazione. La caratteristica principale di questo itinerario è certamente il paesaggio, con una vista mozzafiato sulle montagne circostanti, le cascate, i profondi fiordi e le vallate. Il percorso, anche se immaginato per un uso prettamente turistico, ha una pendenza media comunque impegnativa (9%) e ben 11 tornanti sui quali spingere sui pedali. Arrivati in cima all’altopiano, si trova un museo completato nel 2012 e una piattaforma in metallo dove è possibile vedere quasi tutto il serpentone della strada appena affrontata. Ma si può ammirare anche la spettacolare cascata Stigfossen alta 320 metri che cade sul fianco della montagna. Per dormire in zona, consigliamo l’hotel Juvet Landscape, un’opera architettonica molto particolare con enormi vetrate. Vi sembrerà di essere immersi completamente nella natura.

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