Caro affitto per gli Hot Dog a New York

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Dentro il Metropolitan Museum, nella sezione al secondo piano dedicata all’arte asiatica, il primo artefatto nepalese che si ammira sono i manoscritti del periodo Karnata-Malla, 11°-12° secolo, inchiostro e colori su legno di divinità buddhiste. Ma è fuori che, ai piedi della scalinata nella parte meridionale, una sosta al botteghino mobile degli hot-dog offre uno spaccato vivente di sogno americano, sempre in versione nepalese.

Dentro il Metropolitan Museum, nella sezione al secondo piano dedicata all’arte asiatica, il primo artefatto nepalese che si ammira sono i manoscritti del periodo Karnata-Malla, 11°-12° secolo, inchiostro e colori su legno di divinità buddhiste. Ma è fuori che, ai piedi della scalinata nella parte meridionale, una sosta al botteghino mobile degli hot-dog offre uno spaccato vivente di sogno americano, sempre in versione nepalese.

Pasang Sherpa, da venerdì 2 gennaio, è infatti il gestore di questa preziosissima postazione ufficiale – con il costo a metro quadro che probabilmente è il più caro del mondo – e così pure dell’altra, simmetrica, all’estremità settentrionale della stessa gradinata. È lui che ha vinto nel maggio scorso la doppia asta, bandita dal Dipartimento Parchi della città, con un’offerta complessiva per 640 mila dollari annui che ha battuto di 65 mila quella dei professionisti della società di hot-dog New York One. L’affitto subirà poi anno dopo anno un incremento già prefissato, fino ad arrivare ad oltre 384 mila e 297 rispettivamente per le due basi.

«L’esito è stata una piacevole sorpresa», ha ammesso il responsabile del Dipartimento Adrian Benepe. «Ho offerto 280 mila per quella a sud e 360 per quella a nord, perché lì c’è più passaggio per la gente che arriva dalla fermata del metrò sulla 86ª strada», spiega Sherpa al freddo della gelida mattinata, accanto alla bancarella. Il nepalese, 51 anni, non è un esperto di salsicce e ketchup, anzi questo è il suo esordio nel ramo. «Dopo aver perso le gare nel 2006 per avere uno spazio a Central Park e nel 2007 al Columbus Circle, sulla punta sud-occidentale del parco, stavolta ho vinto», dice.

Arrivato da solo nel 1997 dalla nativa Dolak, Sherpa è stato raggiunto definitivamente dalla moglie alla fine del 2005. La coppia vive nei Queens, tra i greci di Astoria, con la terza figlia di 6 anni che va nella scuola locale. Gli altri due, maschi di 14 e 16 anni, sono restati in Nepal e vivono con i parenti di Pasang, che ha là due sorelle e un fratello. «I miei famigliari sono nel giro degli scalatori di montagne, Sherpa non per niente», sorride, «ma io ho sempre cercato un’altra strada, volevo fare business». Completati gli studi con master in buddhismo a 17 anni, Pasang, che si vanta di parlare, con l’inglese, nepalese, hindi, sherpa, urdu e tibetano, si era messo nell’attività dei tappeti fatti a mano. Ma una commessa enorme, per un arazzo commissionato da un tedesco che poi è sparito senza mantenere l’impegno, l’ha fatto fallire. Di qui la decisione di emigrare a New York, dove il quasi quarantenne artigiano-businessman trovò con il passaparola di conoscenti un lavoro da uomo delle pulizie presso un centro di fitness.

«Sgobbavo 12 ore al giorno per 7 giorni e mi pagavano 600 dollari alla settimana. Non spendevo nulla, accumulavo tutto. Non dovevo neppure mandare soldi a casa, i miei se la cavavano. E poi dovevo costruire il nostro futuro», spiega. Sette anni di questa vita e poi Sherpa lascia la palestra per condividere, con un cinese e uno del Bangladesh, un negozietto su Canal Street, a Chinatown: lì ha venduto chincaglieria e sciarpe indiane fino a quando, vinta l’asta, con il 2009 è scattato il diritto a impiantare lo stand all’ombra del Met.

«La mia giornata segue gli orari del museo, dalle 9,30 alle 17,30 con chiusura al lunedì», spiega Sherpa, che per la nuova attività ha fatto venire dal suo Paese un giovane nipote di 25 anni, oltre ad avere assunto un cileno trentenne. Li paga 100 dollari al giorno ognuno, e poi ci sono 60 dollari per la ditta che gli trasporta il negozietto da casa a qui alla mattina e glielo riporta la sera nei Queens. «Ieri abbiamo fatto circa 125 hot-dog, dai due ai tre dollari l’uno a seconda del tipo. Ma la crisi un po’ si sente, e inoltre ci sono in corso dei lavori sulle scalinate che ostacolano gli affari nel posto a nord», i lamenta il neo-ambulante, che ha dovuto costruire da sé i negozietti in metallo per un costo di 25mila dollari.

Far quadrare i conti con il contratto non sarà facile per Sherpa, che dopo l’apertura delle buste ha avuto la brutta sorpresa di veder apparire un concorrente a 20 passi da lui, Dan Rossi. Essendo un veterano di guerra, costui si è avvalso di una legge che consente di aprire punti vendita a piacere, senza permessi. «Con lui non parlo, è con il dipartimento dei parchi che sono arrabbiato. Se non riducono la somma a mio carico, o allontanano l’altro, farò causa. La settimana prossima sceglierò un buon avvocato bilingue che mi assista», minaccia l’uomo. Che è mite, e orgoglioso di esserlo. «Seguo le parole del Dalai Lama. L’ho incontrato nel luglio 2007 e mi disse allora: non colpire mai chi ti fa del male. Ma io sono onesto, ho agito nella legalità, e intendo rivendicare il mio buon diritto a veder rispettato il contratto. Quando feci la mia offerta non mi era stato detto che non sarei stato solo a vendere bevande, pretzel e salsicce ai milioni di visitatori del museo», puntualizza il nepalese, che non è ancora cittadino Usa ma ha un permesso permanente di residenza.

"Ricordo che diedi 1000 dollari al Dalai Lama per le sue opere di beneficenza, un modo per onorare la memoria di mia madre che era morta poco tempo prima del nostro incontro". Ora Sherpa è molto preoccupato, il sogno americano edizione 2008-2009, il biennio della recessione più dura, rischia di trasformarsi in incubo.

Fonte: www.corriere.it

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