Carnevale in Toscana

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"Uno scherzo ben fatto fa tornare indietro nel tempo ed esorcizza la vecchiaia", diceva Monicelli in una celebre intervista. Burle e lazzi, infatti, sono una tradizione per i toscani e va da sé che nel periodo del Carnevale nella regione si scateni un vero turbinio di festeggiamenti. A Torre del Lago, in provincia di Lucca, è protagonista Gambe di Merlo, personaggio che si ispira a un amico di Giacomo Puccini realmente esistito (6/9 febbraio).

"Uno scherzo ben fatto fa tornare indietro nel tempo ed esorcizza la vecchiaia", diceva Monicelli in una celebre intervista. Burle e lazzi, infatti, sono una tradizione per i toscani e va da sé che nel periodo del Carnevale nella regione si scateni un vero turbinio di festeggiamenti. A Torre del Lago, in provincia di Lucca, è protagonista Gambe di Merlo, personaggio che si ispira a un amico di Giacomo Puccini realmente esistito (6/9 febbraio).

A Pietrasanta, invece, immancabile il Veglione mascherato (22 febbraio), che coinvolge tutte le contrade con tanto di dolci tipici e le immancabili chiacchiere. Vicino a Lucca, disfida tra i due caffè storici a colpi di coriandoli a Seravezza, sfilate con karacongioli (folletti giocolieri) e trampolieri a Marlia (tutte le domeniche fino al 1 marzo). Ad Arezzo si festeggia il carnevale dell’Orciolaia con carri allegorici e bande musicali, il martedì grasso. Risale poi al 1600 il carnevale storico di Stia, poco lontano da Firenze: 72 ore di ordinaria follia, promette il programma. E c’è da crederci, visto che alla mascherata del 24 partecipa tutto il paese in massa. Sino ad arrivare al carnevale più celebre e conosciuto, quello di Viareggio (8, 15, 22, 24 febbraio e 1 marzo). Carri trionfali, veri e propri monumenti di cartapesta che irridono ai mali del paese, tra torme di gente festante.

Può essere questa l’occasione per spingersi sino in Val di Merse, terra incontaminata, fra le Crete Senesi e la Maremma, ricca di lecci e castagni. Nel Medioevo in questa zona si ebbe un fiorire di pievi, fortini e abbazie, tra le quali spicca San Galgano (XIII sec). Ebbene, proprio dal giovane asceta nascerebbe la leggenda di Re Artù. Una storia che ben si adatta al periodo, ma che non è affatto una burla. La spada nella roccia è lì, conficcata dal santo in segno di rinuncia alla violenta vita trascorsa, per poterne adorare l’elsa come una croce. Proprio in questi giorni sono state rese note le ricerche dell’Università di Siena che hanno confermato l’autenticità dell’arma. Il fatto che si trovi al centro della Cappella di Montesiepi non fa che avvalorare la tesi iniziale. La chiesa (detta Rotonda), infatti, ha una sezione circolare e si sviluppa secondo una bicromia a fasce che crea un movimento a onde.

Tutti temi ricorrenti nella simbologia celtica e dei templari, che riportano inevitabilmente al mito della tavola rotonda. Attraverso un’indimenticabile passeggiata si giunge quindi alla maestosa, isolata abbazia senza tetto: infinite volte a sesto acuto e un prato verde come pavimento. I raggi del sole penetrano indisturbati, si alternano alle ombre di oltre cento capitelli tutti diversi tra loro, disegnando fiabesche scenografie. Il rosone cerchia la cappella in lontananza, come un occhio attento. Magica e spettacolare la visita di notte: il complesso illuminato si erge nel buio come d’incanto e nel silenzio ci si ritrova unici spettatori della leggenda.

Fonte: www.lastampa.it

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