Avventura nel Sahara vicino a Marrakech

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Un’avventura comoda da Marrakech al Sahara. Dormendo in campi tendati di lusso. O nei nuovi casbah hotel inaugurati negli antichi palazzi fortificati.

Si sente il richiamo del Sahara nella città rossa. Fino a qualche anno fa, i viaggiatori che da Marrakech scendevano verso il Grande Sud erano rassegnati a dormire in scomodi bivacchi improvvisati dai locali. Il premio era la distesa a perdita d’occhio delle dune color rame e alluminio.

Un’avventura comoda da Marrakech al Sahara. Dormendo in campi tendati di lusso. O nei nuovi casbah hotel inaugurati negli antichi palazzi fortificati.

Si sente il richiamo del Sahara nella città rossa. Fino a qualche anno fa, i viaggiatori che da Marrakech scendevano verso il Grande Sud erano rassegnati a dormire in scomodi bivacchi improvvisati dai locali. Il premio era la distesa a perdita d’occhio delle dune color rame e alluminio.

E i tramonti come fuochi d’artificio. Le stesse emozioni si provano oggi, senza disagi e fatiche, soggiornando in campi tendati di lusso. O in hotel ricavati nelle antiche casbah ristrutturate attorno a Ouarzazate (a poco più di 200 km da Marrakech). Il deserto è diventato comodo; per scoprirlo, basta un tour organizzato di quattro o cinque giorni (anche su misura) a bordo di jeep. L’avventura inizia nell’Anti Atlante, sui tornanti vertiginosi del massiccio Djebel Sagho, aspro e roccioso, che culmina tra le rocce lunari del passo di Tizi-n-Tinifift e del Monte Tichka (2260 m). All’orizzonte, i villaggi dalle mura di fango che hanno incantato registi. Un paesaggio da film. Tanto che in questo deserto ne sono stati girati a decine, come Lawrence d’Arabia, Il gladiatore, grazie agli Atlas Studios di Ouarzazate, la Hollywood marocchina. Le silhouette ocra delle casbah, sfilata di torrette e merli, sono l’ultima testimonianza di una storia tormentata, baluardo dei villaggi contro gli attacchi dei nomadi del deserto fino a cinquant’anni fa. La più bella è Aït Benhaddou, su un promontorio a 10 chilometri da Ouarzazate, protetta dall’Unesco. Dal cammino di ronda, si domina il palmeto che spunta dal deserto di pietra. Nel rigoglioso palmeto di Skoura, a qualche chilometro da Ouarzazate, è nascosto il casbah hotel più lussuoso, Dar Ahlam.

Da Ouarzazate parte la strada delle mille casbah, con la spettacolare Taourirt, monumento storico. Proseguendo per il sud verso Agdz, si entra nella spettacolare Valle della Drâa, dominata dal maestoso ksar di Tamnougalte, scelto da Bertolucci per Il tè nel deserto. Il resto sono palme, due milioni di alberi che accompagnano per 180 chilometri il viaggio verso Zagora. Nel suq, che si tiene solo mercoledì e domenica, i discendenti delle tribù nomadi che fondarono la città nel Duecento offrono datteri, monili d’argento e verdi ceramiche berbere. È una miniera di occasioni la Caverne du Troc: artigianato berbero, tappeti e kilim. Tamegroute, città di moschee dai tetti in maiolica azzurra, è la tappa successiva. Per visitare un autentico tesoro, la secentesca Biblioteca della Zaouïa, una delle più importanti del Sahara: 4000 volumi, fra cui un’opera di Pitagora in arabo, pregiati esemplari del Corano scritti su pelle di gazzella, trattati scientifici, filosofici e letterari.

Per acquistare i vasi in terracotta verdi di Tamegroute, la Poterie du Desert, antro zeppo fino al soffitto, è l’indirizzo migliore. La strada prosegue verso M’hamid, avamposto per il deserto più remoto, quasi al confine con l’Algeria. Un mare di sabbia di 300 km, da percorrere a dorso di dromedario (tour de force assolutamente da sconsigliare) o in jeep. La pista s’imbocca alle porte del paese di Tagounite. La traccia appare e scompare, scavalca la Drâa in curve disordinate e si perde nelle lande sconfinate dell’Algeria, verso il Grande Erg Occidentale. Alla fine della pista, le dune di Chegaga lasciano senza fiato. Sono le più spettacolari e selvagge del Marocco, alte fino a 300 metri. Qui si trova il Camp des Dunes, uno dei bivacchi più esclusivi. Le tende, di 25 metri quadri, sono arredate con tappeti, poltrone, scrivanie in legno pregiato. Quando sorge il sole, si parte per la meharée verso l’oceano di sabbia, a dorso di dromedario, per chi se la sente, o, meglio, in 4×4. Poi si torna sulla strada principale: si attraversano i villaggi di N’kob, che vanta 45 casbah, la sperduta oasi di Tazzarine e Alnif, uno dei giacimenti fossili più ricchi del Marocco. L’oasi di Merzouga è un villaggio di sabbia e paglia accanto a un fitto palmeto: sotto gli alti fusti ci sono gli orti, curatissimi, e grandi cespugli di fiori color indaco. Lungo la pista che porta a Erg Chebbi, l’Auberge Derkaoua appare come un miraggio all’orizzonte.

È una maison d’hôtes semplice, ma di charme, con alcuni bungalow nella vegetazione: un giardino di Allah avvolto nel silenzio, da cui si parte per cavalcate e meharée nel deserto. Nell’area di M’hamid, il piccolo villaggio di Ouled Driss accoglie Dar Azawad: dieci camere e tre suite, una diversa dall’altra, in bungalow circondati da giardini fioriti. Davanti agli occhi, la sfilata delle dune dell’Erg Chebbi, le più alte della zona, color avorio, cannella, zafferano, increspate dal vento. E l’immancabile tuareg all’orizzonte. Ma il must è il Camp de Charme, ai piedi delle dune di Chegaga: si apprezza davvero il deserto nelle sei lussuose tende nomadi. E nelle due comuni, con ristorante e hammam. A Rissani, tra sabbia e palme, vale la pena di fermarsi all’Azwou’n Crisaran Lodge: 16 jaimas, grandi tende dei nomadi, confortevoli come suite, con salone, camera da letto, bagno e camino. Dopo Erfoud, il deserto diventa nero, una pianura sconfinata di sabbia e rocce basaltiche grigio argento che sembra l’Islanda. Gli scenografici massi di Tamlat, immensi, a forma di goccia, annunciano le Gole del Dadès, canyon di un centinaio di chilometri scavato tra l’Alto Atlante e il Jebel Sarhro. A pochi chilometri, c’è la valle degli uccelli, paradiso degli ornitologi sulla strada di Tinerhir, e quella delle rose, con migliaia di coltivazioni da cui si ricavano profumi e cosmetici, purtroppo meta di tutti i cataloghi dei tour operator.

Fonte: www.corriere.it

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