Aereo … ammaraggio forzato

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All’indomani del miracoloso ‘atterraggio’ sul fiume Hudson a New York, sono molti a chiedersi quanto siano preparati i piloti ad affrontare questo tipo di emergenza.

Ci risiamo:  ogni volta che un evento aeronautico straordinario balza all’onore delle cronache, io passo almeno due settimane a rispondere alle domande più strane di amici e conoscenti.

Stavolta, sull’onda (è il caso di dirlo) di un ammaraggio definito "miracoloso” nelle gelide acque del fiume Hudson, la domanda ricorrente è stata: “Ma tu, ne saresti stato capace?"

All’indomani del miracoloso ‘atterraggio’ sul fiume Hudson a New York, sono molti a chiedersi quanto siano preparati i piloti ad affrontare questo tipo di emergenza.

Ci risiamo:  ogni volta che un evento aeronautico straordinario balza all’onore delle cronache, io passo almeno due settimane a rispondere alle domande più strane di amici e conoscenti.

Stavolta, sull’onda (è il caso di dirlo) di un ammaraggio definito "miracoloso” nelle gelide acque del fiume Hudson, la domanda ricorrente è stata: “Ma tu, ne saresti stato capace?"

Ora, in tutta onestà, io non posso dire se sarei stato in grado di condurre a buon fine una manovra del genere, perché l’ammaraggio di un aereo di linea è una di quelle cose che, purtroppo e per ovvie ragioni, non può far parte del normale addestramento di un pilota, e le variabili in gioco sono tante. In linea di massima, si può dire che ci si prepara riducendo il più possibile la velocità, mantenendo il carrello retratto e cercando di far assumere all’aereo un assetto il più possibile “piatto” in modo di riuscire a farlo scivolare sulla superficie dell’acqua senza danni.

Purtroppo, un’onda può bastare a far sì che uno dei motori (sono quasi sempre sotto le ali, ahimè) tocchi l’acqua prima dell’altro, e in questo caso l’aereo si impenna e rimbalza in modo scomposto, finendo quasi certamente con lo spezzarsi e affondare. Certo, il fatto che si trattasse di un fiume ha molto aiutato il mio collega americano, ma un po’ di fortuna (anche se io la chiamerei piuttosto “non sfortuna”) ci vuole, e niente toglie alle capacità tecniche di cui ha dato splendida prova.

Quello che posso senz’altro dire, è che ci avrei provato: una volta appurato che non è possibile raggiungere un aeroporto e che non esistono nei paraggi zone libere da ostacoli e, soprattutto, case, non rimane altra scelta che l’ammaraggio. Pochi, pochissimi, convulsi minuti per vagliare le alternative a disposizione, e poi c’è da prendere una decisione e tirar fuori tutta la propria bravura, quella bravura che mai si vorrebbe essere costretti ad usare.

Perché, come dice un proverbio inglese che qui malamente traduco, un magnifico pilota usa la sua magnifica preparazione per evitare di trovarsi a dover dimostrare la sua magnifica abilità. Poi, come si dice… quanno ce vo’, ce vo’…

Fonte: www.repubblica.it

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