A Pasqua sull’ Isola di Pasqua

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Rapa Nui la battezzò Isola di Pasqua il navigatore olandese Jacob Roggeveen che la scoprì il giorno della Resurrezione del 1722. In realtà più che della speranza l’isola è la metafora del disastro ambientale verso sui sembra avviato il Pianeta a causa di boom demografico e alienazione delle risorse. I moai, le 886 gigantesche statue antropomorfe (alte da 2 fino ai 22 metri del Grande Moai) disseminate tra le sue brulle colline, oltre che il maggiore sito archeologico dell’Oceania, sono i resti di una civiltà teocratica che – travolta dalla frenesia costruttrice – disboscò l’isola e provocò una crisi ambientale che portò a una drammatica involuzione sociale e culturale.

Rapa Nui la battezzò Isola di Pasqua il navigatore olandese Jacob Roggeveen che la scoprì il giorno della Resurrezione del 1722. In realtà più che della speranza l’isola è la metafora del disastro ambientale verso sui sembra avviato il Pianeta a causa di boom demografico e alienazione delle risorse. I moai, le 886 gigantesche statue antropomorfe (alte da 2 fino ai 22 metri del Grande Moai) disseminate tra le sue brulle colline, oltre che il maggiore sito archeologico dell’Oceania, sono i resti di una civiltà teocratica che – travolta dalla frenesia costruttrice – disboscò l’isola e provocò una crisi ambientale che portò a una drammatica involuzione sociale e culturale.

Attorno al 500 d.C. l’isola – vulcanica con rilievi fino a 560 metri foderati di vegetazione – fu raggiunta da clan polinesiani provenienti dalle Marchesi. Svilupparono una civiltà contadina che garantì loro un lungo periodo di benessere basato sull’equilibro tra produzione agricola, norme territoriali e comportamentali, tabù, sacralità di alcuni luoghi e protezione di diverse specie animali, come la tartaruga. Unici tra i polinesiani, gli abitanti di Rapa Nui svilupparono una scrittura geroglifica chiamata rongo rongo, incisa su tavolette di legno. In questa prima fase ebbero un modello artistico costante: la scultura, dalle piccole figure intagliate nel legno ai giganteschi moai di pietra.

Per i maori quest’arte è un’invenzione divina: era sconosciuta fino al momento in cui Tangaroa, dio del mare, rapì il figlio dell’eroe Rua. Partito alla ricerca del figlio, il mitico Rua entrò nella dimora del dio, dove scoprì immagini scolpite che portò via con sé. Così i polinesiani impararono a lavorare legno e pietra. A Rapa Nui la lavorazione dei moai divenne però la principale attività, fino ad assorbire tutte le energie e le risorse. Le statue venivano modellate sulla roccia delle colline da cui erano staccate gradualmente è fatte scivolare verso le piattaforme usando tronchi d’albero. Alcuni moai pesavano fino a 80 tonnellate, il loro spostamento e innalzamento richiedeva il lavoro di centinaia di uomini e l’abbattimento di altrettante piante.

La popolazione crebbe in modo esponenziale (fino a 15.000 abitanti) a dispetto di risorse sempre più limitate. Fino al crollo di ogni equilibrio. Iniziò così la seconda fase con guerre tribali e l’abbattimento dei Moai, sostituiti dal culto di Tangata Manu (Uomo Uccello) e di Make-Make (dio della guerra). É sullo sfondo di questi conflitti che Kevin Reynolds girò nel 1994 il film Rapa Nui, prodotto da Kevin Costner.

Da Hanga Roa, il trasognato capoluogo dell’isola (162 kmq), si raggiungono i siti archeologici a cavallo o in fuoristrada. La maggioranza dei monumenti sono rovesciati a terra semidistrutti, 400 giacciono incompiuti tra pendici e cratere del vulcano. Ma alcune decine di statue impettite dominano ancora il paesaggio. Hanno le spalle rivolte al mare e gli occhi – di ossidiana nera e corallo bianco – puntati verso il villaggio. Dagli occhi dei moai fluiva il mana: il potere spirituale, l’energia che motivava la vita degli uomini. Da qui Rapa Nui appare come il capolinea del mito. La fine del mondo: geografica e culturale. È l’isola più isolata che c’è, sempre spazzata dal vento che come scrisse il poeta cileno Pablo Neruda, «qui fondò la sua casa, chiuse le ali e visse».

Fonte: www.lastampa.it

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