A New York trionfa la cucina italiana

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Italia contro Italia per prendere New York per la gola: una battaglia tra titani della ristorazione si sta profilando nel cuore di Manhattan, dove il 31 agosto aprirà i battenti Eataly, lo sterminato megastore della ristorazione italiana ideato dall’imprenditore piemontese Oscar Farinetti.

Italia contro Italia per prendere New York per la gola: una battaglia tra titani della ristorazione si sta profilando nel cuore di Manhattan, dove il 31 agosto aprirà i battenti Eataly, lo sterminato megastore della ristorazione italiana ideato dall’imprenditore piemontese Oscar Farinetti.

 Ma a Eataly – 6.000 metri quadrati di pizze e paste cucinate alla perfezione, carni trattate come se fossero sushi, ostriche e verdure fritte di fronte all’iconico grattacielo Flatiron all’angolo tra Quinta a 23esima – si prepara a lanciare la sfida un altro impero gastronomico: quello di Michael White, chef americano `educato´ in Italia, che oggi, complice l’ex guru dell’alta cucina del New York Times Frank Bruni, ha annunciato il debutto di un altro tassello dei suoi «domini»: Osteria Morini, un tributo all’Emilia Romagna che aprirà i battenti a Soho in autunno si affianca a Convivio (sud Italia), Alto (Nord), Marea (pesce).

Non è da oggi che Manhattan adora mangiare italiano: negli anni Ottanta e Novanta San Domenico di Tony May, i vari Cipriani, Le Cirque di Sirio Maccioni hanno portato per mano i newyorchesi ad apprezzare piatti che andavano oltre i classici `spaghetti and meatballs´ della tradizione italo-americana.

Oggi a cucinare italiano sono spesso chef che hanno studiato in Italia ma che di italiano hanno ben poco: White, che ha sponsor milionari nell’Altamarea Group di un ex chief operating officer di Merril Lynch, è figlio di un banchiere del Wisconsin, Mario Batali che torna dietro i fornelli di Eataly, di un ingegnere italo-americano della Boeing e di un’inglese.

Batali è stato scelto da Farinetti in tandem con il suo partner di affari Joe Bastianich e con la madre di Joe, Lidia Bastianich, top chef istriana della ristorazione italiana in America, per un investimento da 25 milioni di dollari. L’idea di Eataly è quella di un department store di lusso monotema che espone e vende le eccellenze italiane in fatto di cucina: «Non vogliamo che si venga qui per mangiare e basta», spiega Batali, «ma che si venga, si assaggi e poi si faccia la spesa».

Quattrocento dipendenti di cui decine venuti dall’Italia, 600 posti a sedere in sette ristoranti, un caffè aperto dalle sette del mattino, la gelateria, la pasticceria, l’enoteca, una birreria all’aperto sulla terrazza all’ultimo piano, un ristorante da 80 coperti per la carne. Una `macellaia delle verdure, Jennifer Rubell, nipote del proprietario di Studio 543 Steve Rubell, lava e prepara senza sovrapprezzo le verdure fresche acquistate. ´`La sfida – spiega Farinetti ricordando i due milioni di visitatori al’anno dell’Eataly di Torino – e´ di non riuscire a far fronte al successo dell’idea». I prodotti `made in Italy´ sono al 50 per cento piemontesi ma Farinetti nega che sia campanilismo: «C’è anche molta Sicilia e il Triveneto, le eccellenze dell’agro-alimentare italiano».

C’è anche una `boutique´ di accessori Alessi e Bialetti, un’agenzia di viaggi per prenotare un volo direttamente su Roma, una scuola di cucina e un punto vendita Rizzoli di libri di cucina: «Che ancora vanno bene, nonostante la sfida dell’e-book», spiega l’ad di Rizzoli International Marco Ausenda, a New York per il taglio del nastro.

Fonte: www.ilsecoloxix.it

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