Primavera in Birmania

Birmania

Attraversare al tramonto il fiume Ayeyarwady sospesi sul più lungo ponte in teck del mondo. Osservare i bagni rituali alle statue e le luci riflesse dagli stupa della Pagoda di Shwedagon. Posare dall'alto lo sguardo sui templi dell'antico regno di Bagan.
 
La Birmania (o Myanmar come è stato chiamato il Paese nel 2008 dai militari) è più che una meta turistica esotica, considerato che si è appena aperta al mondo dopo cinquant'anni di dittatura.

L'isolamento coatto ha preservato luoghi ancora poco battuti dal turismo di massa: spiagge, montagne, monasteri, giungle, fiumi, villaggi, che vanno dai confini con la Thailandia fino alle prime vette dell'Himalaya nello Stato dei Chin. I popoli birmani - decine di etnie che in molti casi non hanno mai avuto contatti con gli stranieri - attendono di farsi conoscere dai pionieri delle spedizioni sempre più facili nella Terra delle Pagode d'Oro.
 
Restano pochi tabù ormai per i tour organizzati, non come avveniva nei periodi più bui del regime, quando metà del Paese era off limits e la guida teneva sotto controllo i gruppi di visitatori per evitare il contatto con gli "indigeni". Nuove agenzie indipendenti (compresa una che fa capo alla Lega nazionale per la democrazia) includono a richiesta, assieme alle mete classiche, anche i luoghi resi tristemente celebri dalle repressioni militari contro le rivolte popolari, come i dintorni della Sule Pagoda (teatro della Rivolta di Zafferano), o il viale dell'Università dove sfilavano gli studenti del movimento dell'88, con la casa-prigione di Aung San Suu Kyi tra le tappe obbligate. Oggi è anche possibile vedere con i propri occhi come la gente di Myanmar tiri avanti. A Rangon salite sul treno circolare che viaggia tra Danyingon a Mingaladon, Okhposu e Ywathagyi, assieme a chi va a vendere o a comprare il riso, le verdure e le spezie al mercato. Scendete e accodatevi ai pendolari seguendoli attraverso le strade affollate e polverose dei villaggi e dei bazar con le mercanzie esposte all'aperto. Respirate l'odore acuto dei pesci lasciati macerare al sole, osservate discreti l'andatura sinuosa delle donne nei loro longyi attillati, una cesta sul capo e il viso imbiancato dalla crema del legno tanaka.
 
L'apertura politica della Birmana è ancora troppo recente per potersi aspettare grandi cambiamenti, ma da quando la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi ha accettato di trattare con i militari l'avvento della democrazia, la pesante cappa di oppressione sta svanendo e tutti si sentono ormai autorizzati a parlarvi delle speranze che nutrono per il futuro. Ma ovviamente è ancora il passato, la storia antica, a esercitare il fascino maggiore per i visitatori stranieri. A bordo di una vecchia auto si passa all'improvviso dai tratti di foresta più accidentati alle pianure dove sorgono i templi del glorioso passato. Bagan è la culla delle grandi civiltà di re birmani di fede buddista, qui i templi sono al massimo splendore di mattina presto e al tramonto. Da molte delle torri si può osservare il teatro di luci che rapidamente sembra cambiare il profilo delle architetture e delle basse dune erbose.

È un'esperienza che può lasciare senza fiato, soprattutto se non si incappa in una folla di turisti. Ma in genere tutti si lasciano trasportare dalla visione quasi in punta di piedi. Lo stesso succede a Mrauk U, nello Stato dell'Arakhan, dove per tre secoli e mezzo hanno regnato dinastie ben diverse da quelle birmane, anche nell'estetica dell'iconografia buddista. Nei templi di questa regione, ricca di coste ancora selvagge, le orecchie delle statue sono staccate dal resto del corpo, mentre nel resto del paese diventano tutt'uno con le spalle. I generali, d'accordo con il clero più ortodosso, giunsero ad adeguare le statue allo stile "nazionale", cementando lo spazio sotto ai lobi. Un segno di dominio mal digerito dagli orgogliosi arakanesi che ai tempi d'oro conquistarono perfino il Bangladesh. Perché va detto che in realtà il Myanmar è un insieme di grandi e piccoli territori dove vivono decine di etnie d'antico lignaggio. Molte sono immigrate dalla Cina, altre dal resto del Sud Est o dall'India. Un gran numero di tribali vive ancora nel passato, come a Nagaland, ma anche le famiglie contadine Akha, Mong, Chin, Shan, Kayah, non conoscono che in minima parte le abitudini delle città. E l'arrivo del turismo cambierà senz'altro il loro stile di vita.
 
Sono talmente tante le attrazioni che offre il Myanmar, che c'è solo l'imbarazzo della scelta. La Roccia d'Oro di Kyaikhtiyo tra tutte è ancora un mistero di gravità terrestre violata, sospeso da millenni l'enorme masso che si trova sulla verde valle del fiume Sittaung. Così come evocano altri mondi le Colline degli spiriti del Monte Popa, o le rive di laghi incantevoli come l'Indawgyi, dove vivono i Kachin, o dell'Inle, nella terra degli Shan, degli Inda, dei Pa O. Tra barche stracolme di verdure sul mercato galleggiante e palafitte, è facile incontrare contadine Pa O vestite di nero con coloratissimi turbanti e le mani colme di fiori di campo. Seguitele e vi porteranno alla soglia di un capolavoro dell'architettura sacra in legno come l'antica pagoda di Shwe Yan Pyay dalle finestre ovali. Più a Ovest una lenta discesa via fiume tra Bhamo e Mandalay vi condurrà nella seconda città del Paese, antica capitale circondata da altre capitali di regni medievali, e come d'incanto vi ritroverete in un racconto di Kipling a immaginare come potesse essere la vita di corte al Palazzo di Vetro di Gosh.
 
Solo le difficoltà di spostamento e i problemi di alloggio limitano ancora il flusso turistico, ma la "scoperta" del Myanmar è un fenomeno difficilmente arrestabile. È un viaggio di emozioni. Finché, stanchi di templi e di strade sconnesse, si finirà lungo le coste dell'Arakhan per sdrairsi sulla spiaggia di Ngapali o a bere una birra sul porticciolo di Khyokphyu.

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© 09/09/2004 - Rolando Davide Alcuni articoli sono stati tratti da altri siti, il © resta del relativo autore Website Design By : Eyrieteck